19 Ottobre 2009

DESIGN e TEMPO LIBERO

Una donna saggia un giorno mi disse che la vera emancipazione delle donne l’hanno resa possibile gli elettrodomestici. La lavatrice, prima fra tutte; che ha liberato la generazione delle nostre nonne dalla schiavitù del giorno del bucato. “Il sabato si lavavano i panni” significava che tutto il sabato era dedicato a recarsi alla lavanderia comune, quando non al fiume, e immergere le braccia fino ai gomiti nell’acqua fredda e strofinare i vestiti con il sapone per ore. donna_lavaOre e giornate e mesi che sono stati re-investiti in ore di lavoro (remunerato) fuori di casa, re-investite a loro volta in indipendenza, in divertimento, in tempo libero. Grazie alla lavatrice. E alla lavastoviglie, al ferro da stiro elettrico e leggero, all’aspirapolvere, al forno, al frigorifero, al microonde, al “minipimer” e via discorrendo.

Quindi, innegabilmente, gli ingegneri/creativi/inventori per decenni hanno salvato il tempo delle donne ed hanno aiutato a concepire il tempo libero. Insieme a tutte quelle invenzioni che ci hanno facilitato la vita a partire dall’inizio del secolo scorso, approssimativamente.

Ma ad un certo punto, gli stessi oggetti-eroi che ci liberarono dall’assenza di tempo ci trasformarono in schiavi del tempo libero.

Passo indietro: il design aiuta a migliorare la qualità della vita. È una delle massime pretese e delle migliori scuse di chi lo fa di mestiere. Sotto vari aspetti è una verità: il design crea (o quantomeno dovrebbe creare) oggetti più ergonomici, più facili da usare, più piacevoli alla vista, più agevoli da smontare lavare e pulire, più confortevoli, più gradevoli, più sicuri, più leggeri, più meccanici, più elettronici, più robotizzati, più tecnologici, più veloci, più automatici. Tutti “più” che in effetti aiutano a migliorare la qualità della vita. E che ci lasciano più tempo libero, consentendoci di non fare fatica. Del resto non potrebbe essere altrimenti in questa “epoca del bottone”. Tutto quello che deve fare chi utilizza una qualsiasi delle macchine-oggetto in suo possesso è quasi sempre, soltanto, “premere il bottone”: dell’ascensore, per fare 4 piani in 1 minuto. Del cellulare per chiamare i genitori e scrivere un messaggio agli amici. Della macchinetta in ufficio per avere un caffè senza scendere al bar. Di accensione del pc, della lavastoviglie, della luce, del frullino elettrico, del rasoio elettrico, della chiave dell’auto, del telecomando, dello stereo, del riscaldamento, e via andando. Guadagnare tempo in più e fare fatica in meno, o anche: più tempo libero e meno energie sprecate. Sì, ma a che pro? Tempo libero per andare in palestra a fare fatica, ad esempio. Usiamo l’automobile al posto della bicicletta, ma siamo schiavi della cyclette. Preferiamo l’ascensore perché ci stanca fare le scale, ma adoriamo lo step. Potremmo fare due passi un po’ più spesso invece che camminare mezz’ora su un tapis-roulant e se scendessimo a prendere un caffè al bar oltre a fare un po’ di movimento, magari incontreremmo persino qualcuno. E se passassimo a trovare genitori e amici invece che chiamarli al cellulare e far loro gli auguri di compleanno via SMS, forse avremmo meno tempo per guardare le finte relazioni in tv la sera, ma avremmo vissuto quelle vere durante giorno. E se invece che metterci pochi secondi e zero sforzo per sbattere le uova con frullino elettrico, lo facessimo con uno frustino manuale, forse consumeremmo abbastanza calorie da poterci permettere di mangiare una fetta della torta che stiamo preparando, nonostante la dieta.

Ora, io non sono certo qui a rimpiangere le giornate di lavanderia di mia nonna, e sono ben contenta che qualcuno abbia inventato la lavastoviglie e l’automobile, ma credo che questa nostra schiavitù dall’urgenza di far presto vada affrancata. Perché abbiamo così fretta di far prima e senza fatica? La necessità di metterci 10 minuti in meno per prendere un caffè, salire tre piani, o fare pochi chilometri è davvero una necessità? Perché abbiamo così premura di far presto senza gustarci i gesti, se poi l’unica meta a cui aneliamo è fare poco o niente?

Personalmente non la trovo una grande abilità nel godersi la vita, questa. E credo che il design, se davvero vuole migliorare la qualità della nostra esistenza, dovrebbe deviare questa corrente. Forse si dovrebbe smettere di dare importanza soltanto a macchine che funzionano con gesti sciolti, automatici, non impegnativi e immediati; perché in fondo tutta questa comodità finisce per anestetizzarci, atrofizza muscoli e inventiva, assopisce ogni spirito di iniziativa, e fa dimenticare il valore dell’esperienza fisica, della sana fatica che rende giustizia al raggiungimento di uno scopo.

Si dovrebbe ricominciare, io credo, a sottolineare la rilevanza di godere davvero della situazione dell’agire, ridare importanza ad un’azione quando la si confeziona, assaporare la soddisfazione del compiuto, la gratificazione dell’aver fatto.

frullini-014972

10 Agosto 2009

WABI-SABI 侘寂

Premessa:
Posto che il wabi-sabi non si riduce facilmente a formule o frasi fatte che riescano a non distruggerne l’essenza, e che la chiarezza o la trasparenza ideologica non sono aspetti essenziali dello steso, spiegare completamente questo concetto potrebbe, di fatto, sminuirlo.
Con questo post era mia intenzione cercare di rendere visibile, anche se non palpabile, questa estetica giapponese tradizionale e antica così distante dal nostro concetto contemporaneo di bellezza.
L’unica cosa da tener presente prima di iniziare a leggere è che “nel regno dell’estetica, la ragione è quasi sempre subordinata alla percezione”. Buon viaggio.

Wabi-Sabi è la bellezza delle cose imperfette, mutevoli e incomplete.

È la bellezza delle cose modeste e umili.

È la bellezza delle cose non convenzionali.


Il wabi-sabi è la traccia più notevole e caratteristica di ciò che noi consideriamo la bellezza tradizionale giapponese. A grandi linee occupa la stessa posizione nel panteon giapponese dei valori estetici, che gli ideali greci di bellezza in occidente.
In origine le parole giapponesi “wabi” e “sabi” avevano significati abbastanza differenti dagli attuali. Inizialmente “sabi” significava “freddo, scarno o avvizzito”, mentre “wabi” significava la sfortuna di vivere solo nella natura, isolato dalla società, e suggeriva uno stato d’animo depresso, abbattuto e melancolico. A partire dal XIV secolo le parole iniziano ad assumere significati estetici più positivi.

L’estetica giapponese del wabi-sabi si associa da molto tempo alla cerimonia del tè, antica estetica squisita dell’alta cultura giapponese.

Chiamata sado, chado e chanoyu, la cerimonia del tè evolse fino a convertirsi in un’eclettica forma sociale di arte che combinava -tra le alte cose- conoscenze di architettura, architettura di interni e di giardini, arte della disposizione floreale, pittura, preparazione degli alimenti e interpretazione.

<In questo rito il “prodotto” offerto è solo il mezzo attraverso cui si estrinseca l’atto dell’ospitalità e lo scambio di cortesia. Si tratta innanzitutto di creare una scena, un ambiente, un’esperienza in cui poter assaporare il piacere dello stare insieme agli ospiti, del porgere un omaggio. L’architettura, l’oggettistica, i gesti, le parole, gli ornamenti della casa e degli attori del rito, tutti contribuiscono in misura importante a creare e scambiare sensazioni, messaggi di cortesia, rispetto, considerazione. La comunicazione di questi messaggi e il gusto per la cosa offerta si apprende attraverso il rito>.

Nel suo zenit artistico, l’obiettivo fondamentale della cerimonia del tè era comprendere l’universo wabi-sabi nella sua totalità.capanna_wabi-sabiPraticamente fin dai suoi esordi come tipologia di estetica concreta, il wabi-sabi è stato associato genericamente con il Buddismo Zen. In molti aspetti il wabi-sabi si potrebbe persino denominare come “lo Zen delle cose”, posto che illustra molti dei principi filosofici-spirituali essenziali dello Zen. L’ispirazione iniziale dei principi metafisici, spirituali e morali del wabi-sabi proviene dalle idee sulla semplicità, la naturalezza e l’accettazione della realtà che si trovano nel Taoismo e nel buddismo Zen cinese.

Piccole considerazioni sulla metafisica, sui valori spirituali e sulle qualità materiali del wabi-sabi.
Le cose evolvono da o verso il nulla.

Il nulla di per sé – invece che essere uno spazio vuoto, come in occidente- vibra di possibilità. In termini metafisici, il wabi-sabi suggerisce che l’universo è in costante movimento da o verso  il potenziale. Al contrario che nella società occidentale, da sempre affetta da una grave forma di horror vacui, in Giappone “l’assenza” non è per forza sinonimo di mancanza. Per esempio un muro bianco non è una parete spoglia che aspetta di essere adornata da un bel quadro: è lo spazio meditativo della vista, che perdendosi nel vuoto lascia la mente libera di muoversi e pensare.

La “grandezza” esiste nei dettagli sconosciuti e impercettibili.

Il wabi-sabi rappresenta esattamente l’opposto agli ideali occidentali di grande bellezza come qualcosa di monumentale, spettacolare e duraturo.

Può trovarsi bellezza nella bruttezza.

La bellezza del wabi-sabi è, in un certo senso, il fatto di saper accettare ciò che si considera brutto. Suggerisce che la bellezza sia un evento dinamico che si produce tra se stessi e qualcos’altro. La bellezza può apparire spontaneamente in qualsiasi momento in cui ci siano le circostanze, il contesto o il punto di vista appropriato. La bellezza è quindi uno stato di alterazione della coscienza, un momento straordinario di poesia e grazia.sedieAccettare l’inevitabile.
Il wabi-sabi è l’apprezzamento estetico dell’inevitabile evanescenza della vita. Le immagini wabi-sabi ci obbligano a contemplare la nostra stessa mortalità, evocano una solitudine esistenziale e una delicata tristezza. Provocano anche un conforto agrodolce, giacché sappiamo che tutta l’esistenza condivide lo stesso destino.

Il modo in cui la carta di riso trasmette la luce con un brillio diffuso. La forma in cui l’argilla si crepa seccandosi. La metamorfosi del colore e della texture del metallo quando si annerisce e si ossida. Tutto ciò è rappresentativo delle forze fisiche e delle profonde strutture che sono la base del nostro mondo di tutti i giorni.CrackedEarth0002_thumblarge
Suggerire il processo naturale.

Gli oggetti wabi-sabi sono espressione di tempo congelato. Sono fatti di materiali visibilmente vulnerabili agli effetti del tempo e della manipolazione umana. Sono soggetti a sole, vento, pioggia, calore, freddo e ad un linguaggio di scolorimento, ossidazione, decolorazione, annerimento, torsione, contrazione, deformazione e altre forme di logorio testimoni del suo uso e abuso.
macchina_olivetti
Intimità.

Le cose wabi-sabi sono generalmente piccole, compatte, discrete e orientate verso “dentro”. Suggeriscono: avvicinati, tocca, relazionati. Inspirano una riduzione della distanza fisica tra una cosa e l’altra, tra le cose e le gente. Le cose wabi-sabi si apprezzano solo attraverso l’uso e il contatto diretto: non si rinchiudono mai in un museo. Non necessitano una conferma del proprio status o convalidazione da parte della cultura del mercato. Non necessitano documentazione di provenienza.

La semplicità è il fondamento del wabi-sabi: è ridurre fino all’essenza senza però togliere la poesia. Mantenere le cose pulite e spoglie ma senza renderle sterili. Significa anche limitare al minimo le peculiarità evocative. Però non significa eliminare il velo invisibile che in qualche modo unisce gli elementi in un tutto accorto. E non significa neppure, in nessuna maniera, sminuire “l’interesse” di qualcosa, la qualità che ci obbliga a guardare questo “qualcosa” una volta e un’altra ancora.

“Di fatto il wabi-sabi – profondo, multidimensionale, schivo – a mio giudizio rappresenta l’antidoto perfetto a quel genere di bellezza tanto pulita, saccarina e collettiva che a mio modo di vedere sta da anni desensibilizzando la società” occidentale. È una maniera scorrevole e naturale di accompagnare la bellezza delle cose nel tempo, esattamente l’opposto della nostra abitudine mentale ad associare il bello al nuovo, pulito, patinato. Per “noi” il concetto di valore è intrinsecamente associato a quello della perfezione senza macchie, senza graffi, senza difetti; ad esempio un’automobile nuova deve avere km zero, e comprarla e rivenderla, anche senza averla mai usata, la svaluta incredibilmente. L’uso di un oggetto raramente ne valorizza la qualità, il vissuto diventa un valore positivo solo in un ristretto ambito emotivo.
auto_ruggine

Chissà, forse dovremmo anche noi cominciare a pensare che sarebbe più naturale accettare il normale ingiallimento della plastica, piuttosto che addittivarla con agenti anti-invecchiamento; che le tracce del tempo sono un valore aggiunto, il valore che la vita lascia sulle cose; che il consumo degli oggetti potrebbe essere assecondato ed esaltato, invece che combattuto artificialmente.

Chissà.

Riferimenti: Leonard Koren, Wabi-Sabi for ArtistsDesigners, Poets and Philosophers (Stone Bridge Press, 1994. ISBN 1-880656-12-4)

Setsu e Shinobu Ito, “Lo Zen e l’arte di comunicare il piacere” Impackt-contenitori e contenuti, 01/2004

8 Agosto 2009

Il valore dei soldi

Perché i presunti oggetti di design costano così tanto?

È una domanda frequente, e in fondo appropriata, a mio avviso.

Una cosiddetta sedia di design arriva a costare decine di volte più di una da grande magazzino. Ad esempio: catalogo alla mano, per la Plia di Castelli si possono spendere più di 200€, mentre la stessa tipologia di seduta (ora fuori produzione) venduta all’IKEA non arrivava a 10 € (9,90 €, per la precisione).

plia

Non mi dilungherò a trattare nuovamente l’argomento plagio, già ampiamente esaminato in un precedente post, ma mi chiedo: cosa stiamo pagando, quando spendiamo così tanti soldi per un oggetto prestigioso? Le sedie famose sono forse più comode di quelle economiche? Non è detto, non sempre, spesso no.

A volte, però, la mancanza di equilibrio nel rapporto qualità/prezzo viene in parte bilanciata dall’uso di materiali pregiati e tecnologie di fabbricazione all’avanguardia. A volte. Certamente comprando un oggetto di design paghiamo la cultura progettuale di chi l’ha creato. Questo sempre, ci si augura. Ma ciononostante l’abisso non si spiega, le ragioni elencate non colmano la distanza.

Perché?

Perché, inutile dirlo, quello che noi paghiamo è la fama, il pregio, la notorietà, tanto quella del designer quanto quella dell’oggetto. Una notorietà che ha molti altri nomi, possiamo chiamarlo status symbol, appartenenza ad una classe sociale, senso di identità, volontà di mostrare denaro quindi prestigio, insomma le solite cose. Le stesse identiche caratteristiche che si potrebbero elencare per le macchine di lusso, i vestiti alla moda, gli occhiali griffati o la televisione al plasma. Viviamo nell’era del consumismo e siamo schiavi della materialità che ci circonda. Fin qui niente di nuovo.

Tanto che questa mia riflessione non voleva essere una sterile critica rivolta alla moltitudine di oggetti deluxe che ci circondano, ma piuttosto un invito, indirizzato specialmente ai futuri progettisti, a considerare il prezzo delle cose.

Come ci fece notare un giorno a lezione un nostro professore, l’ing. Gianluca Medri, “noi paghiamo gli oggetti con la vita”.

Mi spiego. Si suppone che, eccezion fatta per qualche (non troppo raro) caso, il lavoro sia la forma con cui si guadagna il denaro necessario al proprio sostentamento. Di fatto lo stipendio non è altro che il compenso per il tempo impiegato, da cui: le ore di vita che investiamo nel lavoro sono il vero prezzo di ciò che compriamo. Un esempio intuitivo: se una sedia vale 10 € ci costa quanto…? diciamo un’ora di lavoro; se ne vale 200, per pagarla impieghiamo 20 ore della nostra vita.

Se un progettista propone un oggetto che costa più di ciò che vale sta rubando soldi, quindi tempo lavorativo impiegato per ottenerli, quindi ore di vita alla gente. E “un designer non dovrebbe rubare vita alla gente”, io credo. Perciò è sempre doverosa un’opportuna attenzione agli stadi metodologici della progettazione, non solo perché l’equilibrato pensiero sui materiali, i componenti, i pezzi costituenti e quindi i costi di produzione, di mantenimento, di montaggio, sono le parole chiave di una strategia impresariale che ha come principale (ed ovvio) obiettivo il profitto; né perché gli stessi concetti di sobrietà proficua siano soltanto la chiave di lettura eco-sostenibile della produzione; ma anche e soprattutto perché progettare un oggetto con il miglior rapporto qualità prezzo significa salvare il consumatore dallo sperpero di soldi, quindi tempo, quindi vita.

Perciò progettisti: dato per scontato che il costo finale del vostro progetto in larga parte non dipenderà da voi, tenete presente che avete comunque un grosso margine di lavoro, e quindi una grossa responsabilità. Come già detto, è fondamentale che un progetto sia essenziale, non perché il minimal vada sempre e comunque di moda, non sto parlando di estetica formale, parlo di sostanza progettuale: di facilità di costruzione, di velocità di montaggio, di parsimonia delle parti costituenti, di riflessione sui materiali, di sfridi ridotti al minimo… in altri termini: la responsabilità materiale della produzione e quella morale dell’economia.

6 Agosto 2009

Il caso Freitag

(CC) Relaxdesign - 2009 Licenza Creative Commons 2.0.

Non c’è molto da dire sull’azienda Freitag per chi già la conosce. Per chi non la conosce ecco un breve riepilogo:

Con sede a Zurigo, Freitag produce e vende in tutto il mondo borse ricavate dai teloni usati di autocarri, dalle cinture di sicurezza usate delle automobili e dalle camere d’aria usate delle biciclette, fin dal 1993.

I teloni vengono tagliati in fase di lavorazione, in modo che le stampe o il logo dell’azienda non siano più riconoscibili. Freitag assicura: i teloni non vengono utilizzati per altri scopi o rivenduti a terzi. Freitag usa sostanzialemente solo teloni usati di autocarri destinati all’allestimento di veicoli industriali, con un tessuto di fondo estremamente robusto e un rivestimento in PVC di almeno 600 g/m2). (freitag.ch)

In breve, Freitag è uno di quei casi che esemplificano come sia possibile per un accessorio o un capo d’abbigliamento superare le barriere del tempo e, quindi, della moda passeggera: il marchio Freitag è diventato un must, un simbolo “buono” perchè unisce la mentalità del riciclaggio creativo (ecosostenibilità) con quella della moda personalizzata (radical chic) e dell’oggetto unico (emotive design). Ecco perchè tutte le borse (e gli accessori) sono così maledettamente care.

Ecologia. Tuttavia la politica ecologistica iniziale non è mai scomparsa e, tuttora, i concetti di recupero e di riciclaggio sono fondamentali per Daniel e Markus Freitag, i due fratelli fondatori del marchio svizzero. Ancora oggi i prodotti Freitag vengono creati, tagliati a mano e confezionati a Zurigo nella stessa fabbrica di fianco alla statale; solo la fabbrica si è ingrandita un poco. Tutti i prodotti sono ancora unici, fabbricati con originali teloni di camion usati, camere d’aria di bicicletta, cinture di sicurezza di automobili e, new entry, airbag usati.

Filosofia e marketing. Per diventare un must è necessario saper infondere ai propri seguaci/consumatori anche un certo fascino ammaliatore. É la stessa strategia applicata a Cupertino da Apple, no? Del tipo “Non ti vendiamo un semplice oggetto, bensì una nuova mentalità, un nuovo modo di vivere”. Una filosofia, insomma, in cui potersi ritrovare comodamente, riconoscersi o semplicemente condividere. Il reparto marketing di Freitag ha saputo muoversi molto bene anche in questo campo, promuovendo eventi e collaborazioni in tutto il mondo e invogliando i potenziali clienti con semplici operazioni psicologiche, ovvero il “fai-da-te”: F-Cut. Il cliente può decidere di acquistare la propria borsa in due modi: Continua a leggere →

4 Agosto 2009

Design chairs free wallpapers

ribbon

Per tutti gli appassionati (come noi) di sedie d’autore é impossibile non apprezzare questi 20 bellissimi wallpaper (o sfondi per desktop che dir si voglia) disponbili come download gratuito, in formato .zip, presso il sito sub88, sezione “download”. Sub88 é l’alias di David Vineïs, un digital artist e designer francese; ha lavorato come art director per numerose etichette musicali ed é attivo dal 2000. Se volete vedere qualcos’altro di suo date un’occhiata al suo portfolio!

14 Giugno 2009

Design-eye-exam

Non ricordo bene come ho trovato quest’immagine, ma ricordo di aver pensato: “Geniale”.

P.S.: Ce ne sono altri molto belli, tutti acquistabili presso Blue Art Studio a 50 dollari. (20.08.09)

5 Giugno 2009

Design upgrading

“Perseguire la novitá é combattere contro i mulini a vento: l’obiettivo non deve essere il nuovo, ma il buono”

(Mies Van Der Rohe)

Probabilmente é questa visione delle cose che spinge alcuni progettisti creativi ad affrontare, almeno per una parte della propria carriera, il tema dell’upgrading: il miglioramento di ció che c’era prima. Cosí come l’avanzamento tecnologico corrisponde a un’ottimizzazione delle risorse e dei costi (tempo e denaro) unito a un miglioramento del valore aggiunto intrinseco all’oggetto o del servizio, anche il design ha le sue ampie possibilitá di applicazione nel campo.

Di esempi validi ce ne sono molti, tuttavia preferisco concentrarmi su due casi, a mio parere, emblematici: l’upgrade dell’oggetto comune e l’upgrade dell’icona del design.

Sedia Front in plastica e cuoio. La sedia di plastica bianca è la seduta più diffusa al mondo, non c’è dubbio. Non è firmata da alcun designer noto e costa solo 2 euro. Lo studio svedese Front Design ha aggiunto l’imbottitura rivestita in pelle dando vita a un’originale ed esclusiva poltroncina, peraltro piuttosto elegante. L’operazione è stata piuttosto semplice (“aggiungere una fodera”) e non certo originale (basti pensare ai cuscini “della nonna” per ammorbidire l’effetto della seduta prolungata…), tuttavia si tratta di un’operazione molto decisa e innovativa.

Decisa per via della scelta della pelle, un materiale costoso e “nobile” (sebbene gli animalisti abbiano qualcosa da obiettare): anzichè realizzare una semplice imbottitura in gommapiuma e cotone colorato le ragazze svedesi hanno puntato sul glam, sull’eleganza e la provocazione…

Innovativa perchè – sebbene se ne siano viste molte altre di imbottiture improvvisate – nessuno aveva mai pensato prima di “omaggiare” la sedia comune in questo modo. Esposta al Salone Satellite e promossa anche attraverso il circolo Designer’s Block, la sedia Front è commercializzata dall’azienda belga Vlaemsch al prezzo molto meno popolare di 245 euro.

Salif Aid. Risale al 2000 la ricerca formale fatta di modifiche e upgrade ad alcune icone del design presentata dallo studio tedesco Adam & Harborth, che – tra l’altro – sono stati anche miei docenti durante il mio Erasmus all’UdK di Berlino. Nel caso del celeberrimo spremiagrumi di Philippe StarckJuicy Salif appunto – l’esempio è lampante ed è da interpretare come un’ironica denuncia: perchè accontentarsi di un oggetto inutile che è stato trasformato in un’icona del design? Tutti sanno che lo spremiagrumi di Starck è inservibile: il succo scivola in parte nel bicchiere e in parte viene perduto sul ripiano…e, quindi, che senso ha considerarlo un oggetto di culto del design se non riesce ad assolvere alla sua prima funzione, ovvero servire a qualcosa? L’operazione del duo tedesco è stata esattamente questa, ovvero agire, modificare, aggiungere qualcosa che potesse riconferirgli la sua funzione, che lo facesse “riatterrare” sul pianeta terra, strappandolo dall’olimpo delle opere d’arte fini a sè stesse…dai semplici suppellettili insomma. A parer mio l’operazione è piuttosto semplice anche in questo caso, sebbene comporti uno studio formale e tecnologico non indifferente: un conto è creare un oggetto dal nulla e un altro è studiare d’accapo un oggetto esistente e migliorarlo senza rovinarne le caratteristiche. Inoltre mi sembra evidente anche un certo ruolo politico (la denuncia) che, almeno per il caso del noto designer francese, risponde ad armi pari al suo atteggiamento sempre provocatore e anticonformista. Continua a leggere →

3 Giugno 2009

I progressi del Design anonimo

É possibile parlare ancora di Design anonimo? Ovvero, quella forma degli oggetti divenuti lo standard, cosí popolari da non farci piú porre la domanda “chi l’avrá disegnato?”. Per avere un’idea chiara del fenomeno basta prendere in mano e sfogliare l’ormai famoso libro intitolato “Design anonimo in Italia” scritto da Alberto Bassi, critico del disegno industriale e docente dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, uscito nel 2007 per Electa. Se ne contano piú di settanta attribuibili al solo territorio italiano (dalla moka al cono gelato, alla sedia di Chiavari passando dal Borsalino alla Tuta e al motorino…ma anche il tram, le scarpe da ginnastica, i doposci, la pentola a pressione, la Bic, la moka, il tratto-pen e i cerini, il fiasco di vino, la tanica da benzina, il lucchetto antifurto o la grattugia per il formaggio parmigiano…) ed ognuno esprime a tutt’oggi un perfetto equilibrio tra funzione e forma, che gli conferisce quell’aspetto di eterna attualitá. Gli oggetti di design anonimo italiano sono stati premiati dal tempo e dall’uso quotidiano.

Si puó dire che, ancora oggi, creare un oggetto che possa diventare “anonimo” (nel senso, appunto, di eterno e usato da chiunque) sia uno dei sogni piú eccitanti dei designer italiani. E probabilmente lo stesso vale per molti altri designer nel mondo. Achille Castiglioni é stato uno dei pochi geniali talenti che ha saputo condurre con onestá la sua carriera di “inventore” creando oggetti mitici sia per il mercato dell’Hoch Design (Alto Design) che per il mercato popolare (quello piú “normale” e meno pretenzioso): é suo il design per l’interruttore piú diffuso in Italia, quello prodotto dalla BTicino…oggetto che lo stesso Castiglioni portava sempre in tasca con sé e proclamato come il progetto al quale era piú legato…proprio perché faceva “clic-clac”!

Il discorso sugli oggetti anonimi al giorno d’oggi é ovviamente cambiato. Seppur inconsapevolmente per molti, la cultura materiale ha assunto dimensioni enormi fino a occupare i primi posti tra le prioritá delle persone: il culto dei brand e dei marchi ne é l’esasperazione piú evidente. Dal dopoguerra ad oggi si é sviluppata, di pari passo ai progressi del marketing e come sua conseguenza diretta, la “voglia di essere sedotti” abbinata a tutte le cose, agli eventi, allle parole…alle stesse persone. Oggigiorno tutti i prodotti hanno un nome e un marchio (la “famiglia”). Persino il cibo deve dichiarare la sua provenienza, che dev’essere tracciabile. Sebbene veniamo investiti da migliaia di colori, messaggi, promozioni ed immagini di prodotti possiamo affermare di conoscerli tutti (o almeno possiamo farlo in potenza); l’iPod é un esempio-chiave:

  • nome: iPod
  • famiglia: Apple MacIntosh
  • designed by: Jonathan Ive

Non é piú possibile, quindi, parlare di un vero design anonimo contemporaneo, secondo me. Tuttavia ritengo che abbia subito parecchie mutazioni fino a diventare un qualcosa di altro.

Chinese stools. La coppia di designer olandesi Wieke Somers e Dylan van den Berg danno una prima interpretazione di nuovo design anonimo: nel 2007 hanno trascorso un mese in Cina, hanno setacciato la cittá in cerca di sgabelli “personalizzati” con soluzioni improvvisate dagli ambulanti e dagli autisti dei risció (dalle persone comuni) per rendere piú confortevole la giornata di lavoro. Una volta selezionati i “prototipi” ne hanno realizzato il calco e gli stampi precisi, dando vita a una “nuova” serie limitata di 12 sedute in alluminio laccato che conservano fedelmente tutti i dettagli e i rattoppi originali. Un modo interessante per ricreare la “comoditá” in piccola serie…oltre che una simpatica pernacchia al Made in China ;)

Considerata ormai la sedia piú famosa e diffusa nel mondo, la Polybloc (o Monobloc per alcuni) fa parte di quella serie di oggetti anonimi di cui non si conosce veramente l’ideatore. Le varianti sul tema sono giá state molteplici, anche se tutte su un campo piú prossimo all’arte che al design industriale (vedi gli esempi di Martino Gamper, Martí Guixé, Maarten Baas e i fratelli Campana…). Uno degli ultimi progetti di Paolo Ulian (che ha esposto recentemente a Milano presso la Fabbrica del Vapore una mostra dal titolo “Paolo Ulian 1990 – 2009″) s’intitola “Poltroncina Matriosca” e riprende proprio la sedia monoblocco rivisitandone l’utilizzo – non singolo ma – in serie: basta un semplice taglio all’altezza dell’ultima sedia impilata ed ecco 10 sedute uguali ma diverse: dalla piú alta alla piú bassa. Da continuare a usare in giardino, ma forse – questa volta – anche in casa, magari proprio in occasione di qualche ricevimento o festa improvvisata.

Significato o significante? Non é semplice capire se, col fatto che la produzione industriale sta puntando (lentamente) alla piccola produzione in serie*, l’attenzione dei designers sostenibili voglia concentrarsi sul nuovo significante (la forma degli oggetti) o puntare sul vecchio significato (la funzione, l’utilitá dell’oggetto comune). Ben inteso che, come “significato” ci si riferisca anche alla volontá/necessitá di pensare, di sorridere, di comunicare o semplicemente di trarre stimoli culturali…fattori che, al tempo della tanica, della pentola a pressione e del tram, non erano ancora divenuti parte integrante degli “oggetti di funzionalitá culturale” ai quali siamo ora abituati. E anche un po’ assuefatti…suvvia.

*produzione on demand sembrerebbe il termine piú adeguato.

1 Giugno 2009

Design e funzione

Ciò che accomuna tutte le correnti di design, anche le più lontane, anche quelle apparentemente antitetiche è comunque la funzione. La funzione è un elemento distintivo e imprescindibile del design, che ha come fine ultimo quello di dare soddisfazione. Eppure, è proprio questo elemento collettivo ad essere anche lo spartiacque dei vari “generi” di design contemporaneo. Di fatto una volta, quando il design era ai suoi esordi, quando i designer non esistevano e la progettazione era affare da ingegneri ed architetti, all’epoca l’unica funzione degli oggetti era, appunto… funzionare. Una seduta doveva sostenere un determinato peso, una lampada illuminare nel giusto modo, un orologio tenere il tempo in modo corretto.

Può sembrare banale, ma non lo è.

Non lo è quando l’ironia prende il sopravvento, quando l’ironia diventa il linguaggio che parlano gli oggetti per esprimere qualcosa di diverso dal semplice “servire ad uno scopo funzionale”. Non lo è più quando gli oggetti stessi comunicano agli utenti attraverso una lingua che non era mai stata la loro: quando si servono di una vena umoristica per stimolare nel fruitore un pensiero. Una riflessione che egli altrimenti non avrebbe fatto, magari a proposito di un gesto quotidiano che compie giornalmente senza neppure rendersene conto. Già Bruno Munari aveva intrapreso questa strada, quando nel lontano 1945 progettò Sedia per visite brevi.

“Ha le caratteristiche di una sedia classica (noce con intarsi e sedile in alluminio) ma presenta una seduta inclinata a 45°, destabilizzante risposta alla vita che corre veloce, alla frenesia che ruba il tempo”

1945_sedia-per-visite-brevissime

Sempre Munari nel 1997 presentò -per Swatch- l’orologio Tempo Libero dando nuova accezione a questi termini, nel momento in cui lasciò appunto liberi di muoversi all’interno del quadrante i numeri che avrebbero invece dovuto stabilmente segnare le ore.

tempo-liberopeg

Ma è il caso, questo, anche di designer italiani contemporanei, quali ad esempio Paolo Ulian, che nel 2003 propone il Golosimetro, che altro non è che un’ironica barretta di cioccolato in cui i tradizionali quadretti sono dei… centimetri che misurano, appunto, la nostra voglia di dolcezza.

golosimetro

Analogamente, con la stessa semplice ironia e sempre nell’ambito del food design, cito anche un progetto di Lorenzo Damiani, Cadeau, (2003) un biscotto circolare che si posiziona sul bordo della tazzina.

Anche qui, l’idea è facile ed intuitiva, e rispecchia, ancora una volta, un’abitudine consolidata, quella della colazione “latte-e-biscotti” in cui il biscotto stesso diventa così una porzione predeterminata fornita con la tazza.

092cadeau

In certi casi, poi, l’ironia diventa sarcasmo, il cinismo si trasforma in una bella carta da regalo dorata, nella quale impacchettare pensieri violenti. Come la Gun Collection di Philippe Starck (2005), in cui una pistola Beretta, un Kalashnikov e un mitra placcati oro diventano un pretesto chic per riportare l’attenzione sul problema delle armi, di solito tenute in casa, magari sul comodino. Ne siamo così orgogliosi? Perfetto. Eccole.

fl-guns

30 Maggio 2009

ECDM studio

Lo studio d’architettura ECDM, dalle iniziali dei fondatori Emmanuel Combarel e Dominique Marrec, ha la caratteristica di concentrarsi prevalentemente su progetti per case popolari e architettura sociale. Opera soprattutto in Francia e dà una dimostrazione di come sia possibile dare una nuova dignità, bellissima, a quell’architettura così sciatta e opprimente che definisce normalmente i quartieri popolari.

“Costruiamo per un luogo e un tempo specifici. Non disegniamo edifici pirotecnici o fantascientifici, ma flessibili e sostenibili, nati dalla progettazione congiunta con i clienti, i futuri occupanti delle case e un team di ingegneri e architetti. L’importante non è solo costruire ma soprattutto saper trasformare e ristrutturare con coraggio.”

Gli esempi architettonici degli interventi di ECDM studio sono visibili direttamente sul sito ufficiale, anche se vi suggerisco di scaricarvi il pdf che contiene una buona selezione del portfolio.

Vincent Callebaut. Un altro architetto, di nazionalità belga, giovane (32 anni) lavora spesso a Parigi (dove ha uno dei suoi due studi) e si occupa di Architettura sostenibile. Secondo lui progettare edifici a basso impatto ambientale e autosufficienti non basta, essi devono anche produrre energia pulita da rimettere in circolo…per riuscire, magari, a ripulire l’aria.  Uno dei suoi progetti s’intitola Anti-Smog, si tratta di due edifici con destinazione museale da introdurre nel contesto post-industriale del Canal de l’Ourcq, nel 19esimo arrondissement di Parigi. L’edificio è ricoperto interamente in titanio e dovrebbe interagire con i raggi ultravioletti e ripulire l’aria grazie a un effetto fotocatalitico. I pannelli in titanio renderanno i due edifici “a bilancio energetico positivo” e si potrà riciclare anche l’acqua piovana per non incidere sul bilancio idrico della città. (info tratte da “Archi-Eco/Palazzi puliti” di Daniela Fabbri apparso nella rubrica Dlab a pag.48 su la “Repubblica delle Donne” n.589, anno 13 del 15 marzo 2008). Continua a leggere →