Una donna saggia un giorno mi disse che la vera emancipazione delle donne l’hanno resa possibile gli elettrodomestici. La lavatrice, prima fra tutte; che ha liberato la generazione delle nostre nonne dalla schiavitù del giorno del bucato. “Il sabato si lavavano i panni” significava che tutto il sabato era dedicato a recarsi alla lavanderia comune, quando non al fiume, e immergere le braccia fino ai gomiti nell’acqua fredda e strofinare i vestiti con il sapone per ore.
Ore e giornate e mesi che sono stati re-investiti in ore di lavoro (remunerato) fuori di casa, re-investite a loro volta in indipendenza, in divertimento, in tempo libero. Grazie alla lavatrice. E alla lavastoviglie, al ferro da stiro elettrico e leggero, all’aspirapolvere, al forno, al frigorifero, al microonde, al “minipimer” e via discorrendo.
Quindi, innegabilmente, gli ingegneri/creativi/inventori per decenni hanno salvato il tempo delle donne ed hanno aiutato a concepire il tempo libero. Insieme a tutte quelle invenzioni che ci hanno facilitato la vita a partire dall’inizio del secolo scorso, approssimativamente.
Ma ad un certo punto, gli stessi oggetti-eroi che ci liberarono dall’assenza di tempo ci trasformarono in schiavi del tempo libero.
Passo indietro: il design aiuta a migliorare la qualità della vita. È una delle massime pretese e delle migliori scuse di chi lo fa di mestiere. Sotto vari aspetti è una verità: il design crea (o quantomeno dovrebbe creare) oggetti più ergonomici, più facili da usare, più piacevoli alla vista, più agevoli da smontare lavare e pulire, più confortevoli, più gradevoli, più sicuri, più leggeri, più meccanici, più elettronici, più robotizzati, più tecnologici, più veloci, più automatici. Tutti “più” che in effetti aiutano a migliorare la qualità della vita. E che ci lasciano più tempo libero, consentendoci di non fare fatica. Del resto non potrebbe essere altrimenti in questa “epoca del bottone”. Tutto quello che deve fare chi utilizza una qualsiasi delle macchine-oggetto in suo possesso è quasi sempre, soltanto, “premere il bottone”: dell’ascensore, per fare 4 piani in 1 minuto. Del cellulare per chiamare i genitori e scrivere un messaggio agli amici. Della macchinetta in ufficio per avere un caffè senza scendere al bar. Di accensione del pc, della lavastoviglie, della luce, del frullino elettrico, del rasoio elettrico, della chiave dell’auto, del telecomando, dello stereo, del riscaldamento, e via andando. Guadagnare tempo in più e fare fatica in meno, o anche: più tempo libero e meno energie sprecate. Sì, ma a che pro? Tempo libero per andare in palestra a fare fatica, ad esempio. Usiamo l’automobile al posto della bicicletta, ma siamo schiavi della cyclette. Preferiamo l’ascensore perché ci stanca fare le scale, ma adoriamo lo step. Potremmo fare due passi un po’ più spesso invece che camminare mezz’ora su un tapis-roulant e se scendessimo a prendere un caffè al bar oltre a fare un po’ di movimento, magari incontreremmo persino qualcuno. E se passassimo a trovare genitori e amici invece che chiamarli al cellulare e far loro gli auguri di compleanno via SMS, forse avremmo meno tempo per guardare le finte relazioni in tv la sera, ma avremmo vissuto quelle vere durante giorno. E se invece che metterci pochi secondi e zero sforzo per sbattere le uova con frullino elettrico, lo facessimo con uno frustino manuale, forse consumeremmo abbastanza calorie da poterci permettere di mangiare una fetta della torta che stiamo preparando, nonostante la dieta.
Ora, io non sono certo qui a rimpiangere le giornate di lavanderia di mia nonna, e sono ben contenta che qualcuno abbia inventato la lavastoviglie e l’automobile, ma credo che questa nostra schiavitù dall’urgenza di far presto vada affrancata. Perché abbiamo così fretta di far prima e senza fatica? La necessità di metterci 10 minuti in meno per prendere un caffè, salire tre piani, o fare pochi chilometri è davvero una necessità? Perché abbiamo così premura di far presto senza gustarci i gesti, se poi l’unica meta a cui aneliamo è fare poco o niente?
Personalmente non la trovo una grande abilità nel godersi la vita, questa. E credo che il design, se davvero vuole migliorare la qualità della nostra esistenza, dovrebbe deviare questa corrente. Forse si dovrebbe smettere di dare importanza soltanto a macchine che funzionano con gesti sciolti, automatici, non impegnativi e immediati; perché in fondo tutta questa comodità finisce per anestetizzarci, atrofizza muscoli e inventiva, assopisce ogni spirito di iniziativa, e fa dimenticare il valore dell’esperienza fisica, della sana fatica che rende giustizia al raggiungimento di uno scopo.
Si dovrebbe ricominciare, io credo, a sottolineare la rilevanza di godere davvero della situazione dell’agire, ridare importanza ad un’azione quando la si confeziona, assaporare la soddisfazione del compiuto, la gratificazione dell’aver fatto.

Praticamente fin dai suoi esordi come tipologia di estetica concreta, il wabi-sabi è stato associato genericamente con il Buddismo Zen. In molti aspetti il wabi-sabi si potrebbe persino denominare come “lo Zen delle cose”, posto che illustra molti dei principi filosofici-spirituali essenziali dello Zen. L’ispirazione iniziale dei principi metafisici, spirituali e morali del wabi-sabi proviene dalle idee sulla semplicità, la naturalezza e l’accettazione della realtà che si trovano nel Taoismo e nel buddismo Zen cinese.
Accettare l’inevitabile. 





Sedia Front in plastica e cuoio. La sedia di plastica bianca è la seduta più diffusa al mondo, non c’è dubbio. Non è firmata da alcun designer noto e costa solo 2 euro. Lo studio svedese
Salif Aid. Risale al 2000 la ricerca formale fatta di modifiche e upgrade ad alcune icone del design presentata dallo studio tedesco
É possibile parlare ancora di Design anonimo? Ovvero, quella forma degli oggetti divenuti lo standard, cosí popolari da non farci piú porre la domanda “chi l’avrá disegnato?”. Per avere un’idea chiara del fenomeno basta prendere in mano e sfogliare l’ormai famoso libro intitolato “Design anonimo in Italia” scritto da Alberto Bassi, critico del disegno industriale e docente dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, uscito nel 2007 per Electa. Se ne contano piú di settanta attribuibili al solo territorio italiano (dalla moka al cono gelato, alla sedia di Chiavari passando dal Borsalino alla Tuta e al motorino…ma anche il tram, le scarpe da ginnastica, i doposci, la pentola a pressione, la Bic, la moka, il tratto-pen e i cerini, il fiasco di vino, la tanica da benzina, il lucchetto antifurto o la grattugia per il formaggio parmigiano…) ed ognuno esprime a tutt’oggi un perfetto equilibrio tra funzione e forma, che gli conferisce quell’aspetto di eterna attualitá. Gli oggetti di design anonimo italiano sono stati premiati dal tempo e dall’uso quotidiano.
Considerata ormai
Significato o significante? Non é semplice capire se, col fatto che la produzione industriale sta puntando (lentamente) alla piccola produzione in serie*, l’attenzione dei designers sostenibili voglia concentrarsi sul nuovo significante (la forma degli oggetti) o puntare sul vecchio significato (la funzione, l’utilitá dell’oggetto comune). Ben inteso che, come “significato” ci si riferisca anche alla volontá/necessitá di pensare, di sorridere, di comunicare o semplicemente di trarre stimoli culturali…fattori che, al tempo della tanica, della pentola a pressione e del tram, non erano ancora divenuti parte integrante degli “oggetti di funzionalitá culturale” ai quali siamo ora abituati. E anche un po’ assuefatti…suvvia.




Lo studio d’architettura ECDM, dalle iniziali dei fondatori Emmanuel Combarel e Dominique Marrec, ha la caratteristica di concentrarsi prevalentemente su progetti per case popolari e architettura sociale. Opera soprattutto in Francia e dà una dimostrazione di come sia possibile dare una nuova dignità, bellissima, a quell’architettura così sciatta e opprimente che definisce normalmente i quartieri popolari.

