Perché fare design?

Questa personale analisi critica sul design parte da una domanda. Che è la diretta conseguenza del quesito che il designer italiano Paolo Ulian ha posto agli  studenti dell’ISIA di Faenza durante il seminario “Sensibile – Il design come creazione di senso” del 2007. La domanda era la seguente:

“Credete che sia giusto il mestiere che fate?”

Ed io personalmente aggiungo: pensiamo che sia utile, il mestiere che facciamo (o meglio: faremo)?
Se lo chiedessimo a Philippe Starck probabilmente ci risponderebbe di no. Racconterebbe di essere un designer di regali di Natale. Direbbe che il design è inutile, che il suo lavoro è inutile, e ch’egli si sente un impostore. In un certo senso è un discorso non privo di ragione. C’è chi dice che il design storicamente sia nato per incrementare le vendite delle aziende. Del resto, come sosteneva Raymond Loewy, “La bruttezza si vende male” (Never Leave Well Enough Alone, 1951); parole che possono essere interpretate asserendo che il design dev’essere solo un’arma di marketing per i produttori, che così renderanno i loro prodotti più ammiccanti e più appetibili, aumentando i loro fatturati. Ed è innegabile che ci sia una corrente del design contemporaneo che disegni oggetti di lusso prodotti da grandi marchi e venduti a ricchi clienti. Il regno del superfluo, insomma, figlio di un consumismo sfrenato e padre di una commercializzazione della firma; parliamo di un design narcisistico che ama godere della propria immagine patinata, che ama luccicare di se stesso e della propria foto sulle prime pagine delle riviste di settore.
Parliamo ad esempio di quei creativi come può essere Karim Rashid, che ha presentato due anni fa, durante il Fuori Salone a Milano 2007, la “Cliquot Loveseat”, una doppia seduta romantica ottima per le coppie, elaborata in collaborazione con la casa produttrice di vini “Veuve Clicquot” e che infatti prevede un apposito cestello per lo champagne, proprio al centro della seduta. Superfici patinate, uso smodato di plastica, color rosa shocking a firma dell’autore; prezzo stimato: 10 mila dollari.

Che utilità ha, nella vita quotidiana della gente qualsiasi, questo design? E che importanza ha, in una realtà che sta lentamente soccombendo al consumismo, lo stesso che ne ha ormai prosciugato tutte le risorse? Con il rischio di cadere nella retorica, se volessimo parlare di priorità, i problemi che ci troveremmo ad affrontare come società sarebbero altri, e grandi…

Perciò, volendo, si potrebbe tranquillamente dichiarare che, sí, disegnare l’ennesima sedia o l’ennesimo profumo o l’ennesimo abito è sostanzialmente inutile. E fuori luogo, anche. Persino un po’ di cattivo gusto. Perciò mi chiedo di nuovo: “Credo ancora che sia giusto fare design? E penso che sia utile??”

Se lo chiedessimo a Philippe Starck ci risponderebbe di no. Ma io, con tutto il rispetto, credo di sì.

Perché fare degli oggetti belli non significa per forza fare degli oggetti costosi, dedicati a un élite, progettati per pochi e con l’unica pretesa dell’esibizionismo. Si possono creare prodotti degni e significativi destinati, ad esempio, ad essere venduti alla Coop. Badare alla forma delle cose non è un reato di per sé. Anzi, come direbbe Andrea Branzi: “Il fallimento formale del mondo contemporaneo sarebbe anche il suo fallimento politico”. Bisogna specificare che la politica in design può anche chiamarsi con un nome diverso: può chiamarsi poetica.

La scelta di fare una sedia in policarbonato o in vimini è la poetica di un creativo, cioè la sua politica. E se l’estetica di un oggetto significa la visione politica di chi l’ha creato, allora ecco spiegato perché la bellezza degli oggetti diventa una necessità. Citando Josif Brodskij: “L’estetica è la madre dell’etica: bisogna costruire la qualità estetica del mondo fisico”.
E ancora: Se smettessimo di progettare oggetti comodi alla vista e piacevoli al tatto, riempiremmo le nostre case di bruttezza, di scomodità, di disagio. Personalmente credo che la vita sia già sufficientemente difficile di per sé, così spigolosa, piena di insidie, ingiusta anche, che almeno in casa propria ognuno dovrebbe avere quanto meno il diritto di provare a renderla più comoda, più morbida, più facile e liscia possibile. Ed inoltre, nella nostra società, dove ogni cosa è usa e getta anche il valore della vita rischia di diventare tale. Cioè se non si dà importanza alle cose con cui si compiono i gesti, anche i gesti possono diventare vuoti di significato. Gli oggetti sono uno strumento attraverso il quale si vivono i momenti della vita. Siamo esseri sensibili che se non vivono appieno i propri sensi nel fare le cose, se diventano insensibili, appunto, alla realtà che li circonda, alla vista, al sapore, al tatto, all’udito… allora saranno esseri poveri, immotivati, svuotati.

“Quando bevi da un bicchiere di cristallo sai che stai bevendo perché l’oggetto ti spinge a sapere che esisti… invece quando bevi da un bicchiere di carta bevi in fretta e butti via il bicchiere: la tua vita non è esistita in quel momento. La consumi senza saperlo.”

(Ettore Sottsass)

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