WABI-SABI 侘寂

Premessa:
Posto che il wabi-sabi non si riduce facilmente a formule o frasi fatte che riescano a non distruggerne l’essenza, e che la chiarezza o la trasparenza ideologica non sono aspetti essenziali dello steso, spiegare completamente questo concetto potrebbe, di fatto, sminuirlo.
Con questo post era mia intenzione cercare di rendere visibile, anche se non palpabile, questa estetica giapponese tradizionale e antica così distante dal nostro concetto contemporaneo di bellezza.
L’unica cosa da tener presente prima di iniziare a leggere è che “nel regno dell’estetica, la ragione è quasi sempre subordinata alla percezione”. Buon viaggio.

Wabi-Sabi è la bellezza delle cose imperfette, mutevoli e incomplete.

È la bellezza delle cose modeste e umili.

È la bellezza delle cose non convenzionali.


Il wabi-sabi è la traccia più notevole e caratteristica di ciò che noi consideriamo la bellezza tradizionale giapponese. A grandi linee occupa la stessa posizione nel panteon giapponese dei valori estetici, che gli ideali greci di bellezza in occidente.
In origine le parole giapponesi “wabi” e “sabi” avevano significati abbastanza differenti dagli attuali. Inizialmente “sabi” significava “freddo, scarno o avvizzito”, mentre “wabi” significava la sfortuna di vivere solo nella natura, isolato dalla società, e suggeriva uno stato d’animo depresso, abbattuto e melancolico. A partire dal XIV secolo le parole iniziano ad assumere significati estetici più positivi.

L’estetica giapponese del wabi-sabi si associa da molto tempo alla cerimonia del tè, antica estetica squisita dell’alta cultura giapponese.

Chiamata sado, chado e chanoyu, la cerimonia del tè evolse fino a convertirsi in un’eclettica forma sociale di arte che combinava -tra le alte cose- conoscenze di architettura, architettura di interni e di giardini, arte della disposizione floreale, pittura, preparazione degli alimenti e interpretazione.

<In questo rito il “prodotto” offerto è solo il mezzo attraverso cui si estrinseca l’atto dell’ospitalità e lo scambio di cortesia. Si tratta innanzitutto di creare una scena, un ambiente, un’esperienza in cui poter assaporare il piacere dello stare insieme agli ospiti, del porgere un omaggio. L’architettura, l’oggettistica, i gesti, le parole, gli ornamenti della casa e degli attori del rito, tutti contribuiscono in misura importante a creare e scambiare sensazioni, messaggi di cortesia, rispetto, considerazione. La comunicazione di questi messaggi e il gusto per la cosa offerta si apprende attraverso il rito>.

Nel suo zenit artistico, l’obiettivo fondamentale della cerimonia del tè era comprendere l’universo wabi-sabi nella sua totalità.capanna_wabi-sabiPraticamente fin dai suoi esordi come tipologia di estetica concreta, il wabi-sabi è stato associato genericamente con il Buddismo Zen. In molti aspetti il wabi-sabi si potrebbe persino denominare come “lo Zen delle cose”, posto che illustra molti dei principi filosofici-spirituali essenziali dello Zen. L’ispirazione iniziale dei principi metafisici, spirituali e morali del wabi-sabi proviene dalle idee sulla semplicità, la naturalezza e l’accettazione della realtà che si trovano nel Taoismo e nel buddismo Zen cinese.

Piccole considerazioni sulla metafisica, sui valori spirituali e sulle qualità materiali del wabi-sabi.
Le cose evolvono da o verso il nulla.

Il nulla di per sé – invece che essere uno spazio vuoto, come in occidente- vibra di possibilità. In termini metafisici, il wabi-sabi suggerisce che l’universo è in costante movimento da o verso  il potenziale. Al contrario che nella società occidentale, da sempre affetta da una grave forma di horror vacui, in Giappone “l’assenza” non è per forza sinonimo di mancanza. Per esempio un muro bianco non è una parete spoglia che aspetta di essere adornata da un bel quadro: è lo spazio meditativo della vista, che perdendosi nel vuoto lascia la mente libera di muoversi e pensare.

La “grandezza” esiste nei dettagli sconosciuti e impercettibili.

Il wabi-sabi rappresenta esattamente l’opposto agli ideali occidentali di grande bellezza come qualcosa di monumentale, spettacolare e duraturo.

Può trovarsi bellezza nella bruttezza.

La bellezza del wabi-sabi è, in un certo senso, il fatto di saper accettare ciò che si considera brutto. Suggerisce che la bellezza sia un evento dinamico che si produce tra se stessi e qualcos’altro. La bellezza può apparire spontaneamente in qualsiasi momento in cui ci siano le circostanze, il contesto o il punto di vista appropriato. La bellezza è quindi uno stato di alterazione della coscienza, un momento straordinario di poesia e grazia.sedieAccettare l’inevitabile.
Il wabi-sabi è l’apprezzamento estetico dell’inevitabile evanescenza della vita. Le immagini wabi-sabi ci obbligano a contemplare la nostra stessa mortalità, evocano una solitudine esistenziale e una delicata tristezza. Provocano anche un conforto agrodolce, giacché sappiamo che tutta l’esistenza condivide lo stesso destino.

Il modo in cui la carta di riso trasmette la luce con un brillio diffuso. La forma in cui l’argilla si crepa seccandosi. La metamorfosi del colore e della texture del metallo quando si annerisce e si ossida. Tutto ciò è rappresentativo delle forze fisiche e delle profonde strutture che sono la base del nostro mondo di tutti i giorni.CrackedEarth0002_thumblarge
Suggerire il processo naturale.

Gli oggetti wabi-sabi sono espressione di tempo congelato. Sono fatti di materiali visibilmente vulnerabili agli effetti del tempo e della manipolazione umana. Sono soggetti a sole, vento, pioggia, calore, freddo e ad un linguaggio di scolorimento, ossidazione, decolorazione, annerimento, torsione, contrazione, deformazione e altre forme di logorio testimoni del suo uso e abuso.
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Intimità.

Le cose wabi-sabi sono generalmente piccole, compatte, discrete e orientate verso “dentro”. Suggeriscono: avvicinati, tocca, relazionati. Inspirano una riduzione della distanza fisica tra una cosa e l’altra, tra le cose e le gente. Le cose wabi-sabi si apprezzano solo attraverso l’uso e il contatto diretto: non si rinchiudono mai in un museo. Non necessitano una conferma del proprio status o convalidazione da parte della cultura del mercato. Non necessitano documentazione di provenienza.

La semplicità è il fondamento del wabi-sabi: è ridurre fino all’essenza senza però togliere la poesia. Mantenere le cose pulite e spoglie ma senza renderle sterili. Significa anche limitare al minimo le peculiarità evocative. Però non significa eliminare il velo invisibile che in qualche modo unisce gli elementi in un tutto accorto. E non significa neppure, in nessuna maniera, sminuire “l’interesse” di qualcosa, la qualità che ci obbliga a guardare questo “qualcosa” una volta e un’altra ancora.

“Di fatto il wabi-sabi – profondo, multidimensionale, schivo – a mio giudizio rappresenta l’antidoto perfetto a quel genere di bellezza tanto pulita, saccarina e collettiva che a mio modo di vedere sta da anni desensibilizzando la società” occidentale. È una maniera scorrevole e naturale di accompagnare la bellezza delle cose nel tempo, esattamente l’opposto della nostra abitudine mentale ad associare il bello al nuovo, pulito, patinato. Per “noi” il concetto di valore è intrinsecamente associato a quello della perfezione senza macchie, senza graffi, senza difetti; ad esempio un’automobile nuova deve avere km zero, e comprarla e rivenderla, anche senza averla mai usata, la svaluta incredibilmente. L’uso di un oggetto raramente ne valorizza la qualità, il vissuto diventa un valore positivo solo in un ristretto ambito emotivo.
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Chissà, forse dovremmo anche noi cominciare a pensare che sarebbe più naturale accettare il normale ingiallimento della plastica, piuttosto che addittivarla con agenti anti-invecchiamento; che le tracce del tempo sono un valore aggiunto, il valore che la vita lascia sulle cose; che il consumo degli oggetti potrebbe essere assecondato ed esaltato, invece che combattuto artificialmente.

Chissà.

Riferimenti: Leonard Koren, Wabi-Sabi for ArtistsDesigners, Poets and Philosophers (Stone Bridge Press, 1994. ISBN 1-880656-12-4)

Setsu e Shinobu Ito, “Lo Zen e l’arte di comunicare il piacere” Impackt-contenitori e contenuti, 01/2004

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Archiviato in Filosofia, Filosofia orientale, Intervento personale

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