Archivio dell'autore: Lacrì

DESIGN e TEMPO LIBERO

Una donna saggia un giorno mi disse che la vera emancipazione delle donne l’hanno resa possibile gli elettrodomestici. La lavatrice, prima fra tutte; che ha liberato la generazione delle nostre nonne dalla schiavitù del giorno del bucato. “Il sabato si lavavano i panni” significava che tutto il sabato era dedicato a recarsi alla lavanderia comune, quando non al fiume, e immergere le braccia fino ai gomiti nell’acqua fredda e strofinare i vestiti con il sapone per ore. donna_lavaOre e giornate e mesi che sono stati re-investiti in ore di lavoro (remunerato) fuori di casa, re-investite a loro volta in indipendenza, in divertimento, in tempo libero. Grazie alla lavatrice. E alla lavastoviglie, al ferro da stiro elettrico e leggero, all’aspirapolvere, al forno, al frigorifero, al microonde, al “minipimer” e via discorrendo.

Quindi, innegabilmente, gli ingegneri/creativi/inventori per decenni hanno salvato il tempo delle donne ed hanno aiutato a concepire il tempo libero. Insieme a tutte quelle invenzioni che ci hanno facilitato la vita a partire dall’inizio del secolo scorso, approssimativamente.

Ma ad un certo punto, gli stessi oggetti-eroi che ci liberarono dall’assenza di tempo ci trasformarono in schiavi del tempo libero.

Passo indietro: il design aiuta a migliorare la qualità della vita. È una delle massime pretese e delle migliori scuse di chi lo fa di mestiere. Sotto vari aspetti è una verità: il design crea (o quantomeno dovrebbe creare) oggetti più ergonomici, più facili da usare, più piacevoli alla vista, più agevoli da smontare lavare e pulire, più confortevoli, più gradevoli, più sicuri, più leggeri, più meccanici, più elettronici, più robotizzati, più tecnologici, più veloci, più automatici. Tutti “più” che in effetti aiutano a migliorare la qualità della vita. E che ci lasciano più tempo libero, consentendoci di non fare fatica. Del resto non potrebbe essere altrimenti in questa “epoca del bottone”. Tutto quello che deve fare chi utilizza una qualsiasi delle macchine-oggetto in suo possesso è quasi sempre, soltanto, “premere il bottone”: dell’ascensore, per fare 4 piani in 1 minuto. Del cellulare per chiamare i genitori e scrivere un messaggio agli amici. Della macchinetta in ufficio per avere un caffè senza scendere al bar. Di accensione del pc, della lavastoviglie, della luce, del frullino elettrico, del rasoio elettrico, della chiave dell’auto, del telecomando, dello stereo, del riscaldamento, e via andando. Guadagnare tempo in più e fare fatica in meno, o anche: più tempo libero e meno energie sprecate. Sì, ma a che pro? Tempo libero per andare in palestra a fare fatica, ad esempio. Usiamo l’automobile al posto della bicicletta, ma siamo schiavi della cyclette. Preferiamo l’ascensore perché ci stanca fare le scale, ma adoriamo lo step. Potremmo fare due passi un po’ più spesso invece che camminare mezz’ora su un tapis-roulant e se scendessimo a prendere un caffè al bar oltre a fare un po’ di movimento, magari incontreremmo persino qualcuno. E se passassimo a trovare genitori e amici invece che chiamarli al cellulare e far loro gli auguri di compleanno via SMS, forse avremmo meno tempo per guardare le finte relazioni in tv la sera, ma avremmo vissuto quelle vere durante giorno. E se invece che metterci pochi secondi e zero sforzo per sbattere le uova con frullino elettrico, lo facessimo con uno frustino manuale, forse consumeremmo abbastanza calorie da poterci permettere di mangiare una fetta della torta che stiamo preparando, nonostante la dieta.

Ora, io non sono certo qui a rimpiangere le giornate di lavanderia di mia nonna, e sono ben contenta che qualcuno abbia inventato la lavastoviglie e l’automobile, ma credo che questa nostra schiavitù dall’urgenza di far presto vada affrancata. Perché abbiamo così fretta di far prima e senza fatica? La necessità di metterci 10 minuti in meno per prendere un caffè, salire tre piani, o fare pochi chilometri è davvero una necessità? Perché abbiamo così premura di far presto senza gustarci i gesti, se poi l’unica meta a cui aneliamo è fare poco o niente?

Personalmente non la trovo una grande abilità nel godersi la vita, questa. E credo che il design, se davvero vuole migliorare la qualità della nostra esistenza, dovrebbe deviare questa corrente. Forse si dovrebbe smettere di dare importanza soltanto a macchine che funzionano con gesti sciolti, automatici, non impegnativi e immediati; perché in fondo tutta questa comodità finisce per anestetizzarci, atrofizza muscoli e inventiva, assopisce ogni spirito di iniziativa, e fa dimenticare il valore dell’esperienza fisica, della sana fatica che rende giustizia al raggiungimento di uno scopo.

Si dovrebbe ricominciare, io credo, a sottolineare la rilevanza di godere davvero della situazione dell’agire, ridare importanza ad un’azione quando la si confeziona, assaporare la soddisfazione del compiuto, la gratificazione dell’aver fatto.

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WABI-SABI 侘寂

Premessa:
Posto che il wabi-sabi non si riduce facilmente a formule o frasi fatte che riescano a non distruggerne l’essenza, e che la chiarezza o la trasparenza ideologica non sono aspetti essenziali dello steso, spiegare completamente questo concetto potrebbe, di fatto, sminuirlo.
Con questo post era mia intenzione cercare di rendere visibile, anche se non palpabile, questa estetica giapponese tradizionale e antica così distante dal nostro concetto contemporaneo di bellezza.
L’unica cosa da tener presente prima di iniziare a leggere è che “nel regno dell’estetica, la ragione è quasi sempre subordinata alla percezione”. Buon viaggio.

Wabi-Sabi è la bellezza delle cose imperfette, mutevoli e incomplete.

È la bellezza delle cose modeste e umili.

È la bellezza delle cose non convenzionali.


Il wabi-sabi è la traccia più notevole e caratteristica di ciò che noi consideriamo la bellezza tradizionale giapponese. A grandi linee occupa la stessa posizione nel panteon giapponese dei valori estetici, che gli ideali greci di bellezza in occidente.
In origine le parole giapponesi “wabi” e “sabi” avevano significati abbastanza differenti dagli attuali. Inizialmente “sabi” significava “freddo, scarno o avvizzito”, mentre “wabi” significava la sfortuna di vivere solo nella natura, isolato dalla società, e suggeriva uno stato d’animo depresso, abbattuto e melancolico. A partire dal XIV secolo le parole iniziano ad assumere significati estetici più positivi.

L’estetica giapponese del wabi-sabi si associa da molto tempo alla cerimonia del tè, antica estetica squisita dell’alta cultura giapponese.

Chiamata sado, chado e chanoyu, la cerimonia del tè evolse fino a convertirsi in un’eclettica forma sociale di arte che combinava -tra le alte cose- conoscenze di architettura, architettura di interni e di giardini, arte della disposizione floreale, pittura, preparazione degli alimenti e interpretazione.

<In questo rito il “prodotto” offerto è solo il mezzo attraverso cui si estrinseca l’atto dell’ospitalità e lo scambio di cortesia. Si tratta innanzitutto di creare una scena, un ambiente, un’esperienza in cui poter assaporare il piacere dello stare insieme agli ospiti, del porgere un omaggio. L’architettura, l’oggettistica, i gesti, le parole, gli ornamenti della casa e degli attori del rito, tutti contribuiscono in misura importante a creare e scambiare sensazioni, messaggi di cortesia, rispetto, considerazione. La comunicazione di questi messaggi e il gusto per la cosa offerta si apprende attraverso il rito>.

Nel suo zenit artistico, l’obiettivo fondamentale della cerimonia del tè era comprendere l’universo wabi-sabi nella sua totalità.capanna_wabi-sabiPraticamente fin dai suoi esordi come tipologia di estetica concreta, il wabi-sabi è stato associato genericamente con il Buddismo Zen. In molti aspetti il wabi-sabi si potrebbe persino denominare come “lo Zen delle cose”, posto che illustra molti dei principi filosofici-spirituali essenziali dello Zen. L’ispirazione iniziale dei principi metafisici, spirituali e morali del wabi-sabi proviene dalle idee sulla semplicità, la naturalezza e l’accettazione della realtà che si trovano nel Taoismo e nel buddismo Zen cinese.

Piccole considerazioni sulla metafisica, sui valori spirituali e sulle qualità materiali del wabi-sabi.
Le cose evolvono da o verso il nulla.

Il nulla di per sé – invece che essere uno spazio vuoto, come in occidente- vibra di possibilità. In termini metafisici, il wabi-sabi suggerisce che l’universo è in costante movimento da o verso  il potenziale. Al contrario che nella società occidentale, da sempre affetta da una grave forma di horror vacui, in Giappone “l’assenza” non è per forza sinonimo di mancanza. Per esempio un muro bianco non è una parete spoglia che aspetta di essere adornata da un bel quadro: è lo spazio meditativo della vista, che perdendosi nel vuoto lascia la mente libera di muoversi e pensare.

La “grandezza” esiste nei dettagli sconosciuti e impercettibili.

Il wabi-sabi rappresenta esattamente l’opposto agli ideali occidentali di grande bellezza come qualcosa di monumentale, spettacolare e duraturo.

Può trovarsi bellezza nella bruttezza.

La bellezza del wabi-sabi è, in un certo senso, il fatto di saper accettare ciò che si considera brutto. Suggerisce che la bellezza sia un evento dinamico che si produce tra se stessi e qualcos’altro. La bellezza può apparire spontaneamente in qualsiasi momento in cui ci siano le circostanze, il contesto o il punto di vista appropriato. La bellezza è quindi uno stato di alterazione della coscienza, un momento straordinario di poesia e grazia.sedieAccettare l’inevitabile.
Il wabi-sabi è l’apprezzamento estetico dell’inevitabile evanescenza della vita. Le immagini wabi-sabi ci obbligano a contemplare la nostra stessa mortalità, evocano una solitudine esistenziale e una delicata tristezza. Provocano anche un conforto agrodolce, giacché sappiamo che tutta l’esistenza condivide lo stesso destino.

Il modo in cui la carta di riso trasmette la luce con un brillio diffuso. La forma in cui l’argilla si crepa seccandosi. La metamorfosi del colore e della texture del metallo quando si annerisce e si ossida. Tutto ciò è rappresentativo delle forze fisiche e delle profonde strutture che sono la base del nostro mondo di tutti i giorni.CrackedEarth0002_thumblarge
Suggerire il processo naturale.

Gli oggetti wabi-sabi sono espressione di tempo congelato. Sono fatti di materiali visibilmente vulnerabili agli effetti del tempo e della manipolazione umana. Sono soggetti a sole, vento, pioggia, calore, freddo e ad un linguaggio di scolorimento, ossidazione, decolorazione, annerimento, torsione, contrazione, deformazione e altre forme di logorio testimoni del suo uso e abuso.
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Intimità.

Le cose wabi-sabi sono generalmente piccole, compatte, discrete e orientate verso “dentro”. Suggeriscono: avvicinati, tocca, relazionati. Inspirano una riduzione della distanza fisica tra una cosa e l’altra, tra le cose e le gente. Le cose wabi-sabi si apprezzano solo attraverso l’uso e il contatto diretto: non si rinchiudono mai in un museo. Non necessitano una conferma del proprio status o convalidazione da parte della cultura del mercato. Non necessitano documentazione di provenienza.

La semplicità è il fondamento del wabi-sabi: è ridurre fino all’essenza senza però togliere la poesia. Mantenere le cose pulite e spoglie ma senza renderle sterili. Significa anche limitare al minimo le peculiarità evocative. Però non significa eliminare il velo invisibile che in qualche modo unisce gli elementi in un tutto accorto. E non significa neppure, in nessuna maniera, sminuire “l’interesse” di qualcosa, la qualità che ci obbliga a guardare questo “qualcosa” una volta e un’altra ancora.

“Di fatto il wabi-sabi – profondo, multidimensionale, schivo – a mio giudizio rappresenta l’antidoto perfetto a quel genere di bellezza tanto pulita, saccarina e collettiva che a mio modo di vedere sta da anni desensibilizzando la società” occidentale. È una maniera scorrevole e naturale di accompagnare la bellezza delle cose nel tempo, esattamente l’opposto della nostra abitudine mentale ad associare il bello al nuovo, pulito, patinato. Per “noi” il concetto di valore è intrinsecamente associato a quello della perfezione senza macchie, senza graffi, senza difetti; ad esempio un’automobile nuova deve avere km zero, e comprarla e rivenderla, anche senza averla mai usata, la svaluta incredibilmente. L’uso di un oggetto raramente ne valorizza la qualità, il vissuto diventa un valore positivo solo in un ristretto ambito emotivo.
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Chissà, forse dovremmo anche noi cominciare a pensare che sarebbe più naturale accettare il normale ingiallimento della plastica, piuttosto che addittivarla con agenti anti-invecchiamento; che le tracce del tempo sono un valore aggiunto, il valore che la vita lascia sulle cose; che il consumo degli oggetti potrebbe essere assecondato ed esaltato, invece che combattuto artificialmente.

Chissà.

Riferimenti: Leonard Koren, Wabi-Sabi for ArtistsDesigners, Poets and Philosophers (Stone Bridge Press, 1994. ISBN 1-880656-12-4)

Setsu e Shinobu Ito, “Lo Zen e l’arte di comunicare il piacere” Impackt-contenitori e contenuti, 01/2004

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Il valore dei soldi

Perché i presunti oggetti di design costano così tanto?

È una domanda frequente, e in fondo appropriata, a mio avviso.

Una cosiddetta sedia di design arriva a costare decine di volte più di una da grande magazzino. Ad esempio: catalogo alla mano, per la Plia di Castelli si possono spendere più di 200€, mentre la stessa tipologia di seduta (ora fuori produzione) venduta all’IKEA non arrivava a 10 € (9,90 €, per la precisione).

plia

Non mi dilungherò a trattare nuovamente l’argomento plagio, già ampiamente esaminato in un precedente post, ma mi chiedo: cosa stiamo pagando, quando spendiamo così tanti soldi per un oggetto prestigioso? Le sedie famose sono forse più comode di quelle economiche? Non è detto, non sempre, spesso no.

A volte, però, la mancanza di equilibrio nel rapporto qualità/prezzo viene in parte bilanciata dall’uso di materiali pregiati e tecnologie di fabbricazione all’avanguardia. A volte. Certamente comprando un oggetto di design paghiamo la cultura progettuale di chi l’ha creato. Questo sempre, ci si augura. Ma ciononostante l’abisso non si spiega, le ragioni elencate non colmano la distanza.

Perché?

Perché, inutile dirlo, quello che noi paghiamo è la fama, il pregio, la notorietà, tanto quella del designer quanto quella dell’oggetto. Una notorietà che ha molti altri nomi, possiamo chiamarlo status symbol, appartenenza ad una classe sociale, senso di identità, volontà di mostrare denaro quindi prestigio, insomma le solite cose. Le stesse identiche caratteristiche che si potrebbero elencare per le macchine di lusso, i vestiti alla moda, gli occhiali griffati o la televisione al plasma. Viviamo nell’era del consumismo e siamo schiavi della materialità che ci circonda. Fin qui niente di nuovo.

Tanto che questa mia riflessione non voleva essere una sterile critica rivolta alla moltitudine di oggetti deluxe che ci circondano, ma piuttosto un invito, indirizzato specialmente ai futuri progettisti, a considerare il prezzo delle cose.

Come ci fece notare un giorno a lezione un nostro professore, l’ing. Gianluca Medri, “noi paghiamo gli oggetti con la vita”.

Mi spiego. Si suppone che, eccezion fatta per qualche (non troppo raro) caso, il lavoro sia la forma con cui si guadagna il denaro necessario al proprio sostentamento. Di fatto lo stipendio non è altro che il compenso per il tempo impiegato, da cui: le ore di vita che investiamo nel lavoro sono il vero prezzo di ciò che compriamo. Un esempio intuitivo: se una sedia vale 10 € ci costa quanto…? diciamo un’ora di lavoro; se ne vale 200, per pagarla impieghiamo 20 ore della nostra vita.

Se un progettista propone un oggetto che costa più di ciò che vale sta rubando soldi, quindi tempo lavorativo impiegato per ottenerli, quindi ore di vita alla gente. E “un designer non dovrebbe rubare vita alla gente”, io credo. Perciò è sempre doverosa un’opportuna attenzione agli stadi metodologici della progettazione, non solo perché l’equilibrato pensiero sui materiali, i componenti, i pezzi costituenti e quindi i costi di produzione, di mantenimento, di montaggio, sono le parole chiave di una strategia impresariale che ha come principale (ed ovvio) obiettivo il profitto; né perché gli stessi concetti di sobrietà proficua siano soltanto la chiave di lettura eco-sostenibile della produzione; ma anche e soprattutto perché progettare un oggetto con il miglior rapporto qualità prezzo significa salvare il consumatore dallo sperpero di soldi, quindi tempo, quindi vita.

Perciò progettisti: dato per scontato che il costo finale del vostro progetto in larga parte non dipenderà da voi, tenete presente che avete comunque un grosso margine di lavoro, e quindi una grossa responsabilità. Come già detto, è fondamentale che un progetto sia essenziale, non perché il minimal vada sempre e comunque di moda, non sto parlando di estetica formale, parlo di sostanza progettuale: di facilità di costruzione, di velocità di montaggio, di parsimonia delle parti costituenti, di riflessione sui materiali, di sfridi ridotti al minimo… in altri termini: la responsabilità materiale della produzione e quella morale dell’economia.

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Design e funzione

Ciò che accomuna tutte le correnti di design, anche le più lontane, anche quelle apparentemente antitetiche è comunque la funzione. La funzione è un elemento distintivo e imprescindibile del design, che ha come fine ultimo quello di dare soddisfazione. Eppure, è proprio questo elemento collettivo ad essere anche lo spartiacque dei vari “generi” di design contemporaneo. Di fatto una volta, quando il design era ai suoi esordi, quando i designer non esistevano e la progettazione era affare da ingegneri ed architetti, all’epoca l’unica funzione degli oggetti era, appunto… funzionare. Una seduta doveva sostenere un determinato peso, una lampada illuminare nel giusto modo, un orologio tenere il tempo in modo corretto.

Può sembrare banale, ma non lo è.

Non lo è quando l’ironia prende il sopravvento, quando l’ironia diventa il linguaggio che parlano gli oggetti per esprimere qualcosa di diverso dal semplice “servire ad uno scopo funzionale”. Non lo è più quando gli oggetti stessi comunicano agli utenti attraverso una lingua che non era mai stata la loro: quando si servono di una vena umoristica per stimolare nel fruitore un pensiero. Una riflessione che egli altrimenti non avrebbe fatto, magari a proposito di un gesto quotidiano che compie giornalmente senza neppure rendersene conto. Già Bruno Munari aveva intrapreso questa strada, quando nel lontano 1945 progettò Sedia per visite brevi.

“Ha le caratteristiche di una sedia classica (noce con intarsi e sedile in alluminio) ma presenta una seduta inclinata a 45°, destabilizzante risposta alla vita che corre veloce, alla frenesia che ruba il tempo”

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Sempre Munari nel 1997 presentò -per Swatch- l’orologio Tempo Libero dando nuova accezione a questi termini, nel momento in cui lasciò appunto liberi di muoversi all’interno del quadrante i numeri che avrebbero invece dovuto stabilmente segnare le ore.

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Ma è il caso, questo, anche di designer italiani contemporanei, quali ad esempio Paolo Ulian, che nel 2003 propone il Golosimetro, che altro non è che un’ironica barretta di cioccolato in cui i tradizionali quadretti sono dei… centimetri che misurano, appunto, la nostra voglia di dolcezza.

golosimetro

Analogamente, con la stessa semplice ironia e sempre nell’ambito del food design, cito anche un progetto di Lorenzo Damiani, Cadeau, (2003) un biscotto circolare che si posiziona sul bordo della tazzina.

Anche qui, l’idea è facile ed intuitiva, e rispecchia, ancora una volta, un’abitudine consolidata, quella della colazione “latte-e-biscotti” in cui il biscotto stesso diventa così una porzione predeterminata fornita con la tazza.

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In certi casi, poi, l’ironia diventa sarcasmo, il cinismo si trasforma in una bella carta da regalo dorata, nella quale impacchettare pensieri violenti. Come la Gun Collection di Philippe Starck (2005), in cui una pistola Beretta, un Kalashnikov e un mitra placcati oro diventano un pretesto chic per riportare l’attenzione sul problema delle armi, di solito tenute in casa, magari sul comodino. Ne siamo così orgogliosi? Perfetto. Eccole.

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ARTE o DESIGN?

Se la funzione del design, oggi, non è più (solo) quella legata al lato ingegneristico di un mobile… se il dovere di un lampada non è più (solo) quello di fare luce… se il design oggi, non solo risolve problemi tecnici, ma pone delle domande, invita alla riflessione, stimola pensieri… non starà sfociando nel campo della sua imponente vicina di casa, non staremo parlando di arte?

Perché il segno distintivo dell’arte, soprattutto quella contemporanea, è proprio questo: porre quesiti, mostrare paradossi, spronare le menti, alimentare la curiosità. Allora dov’è la differenza? Tanto più che in questo momento storico il bello non è più un valore di rilievo. Così come hanno perso di significato le espressioni “mi piace – non mi piace”, che ormai non sono più un metro di valutazione. Non, almeno, in un’epoca concettuale in cui non è l’opera in sé, uscita dalle mani di un artista, ad avere valore, ma le motivazioni che l’hanno spinto a crearla.

Perché le belle arti non si preoccupano più (solo) delle belle forme, dei bei colori, delle belle simmetrie. E il design, nato come una forma di arte applicata, non si interessa più (solo) di piacevolezza, di comodità, di superfici soffici e angoli smussati.

Tanto per citare uno tra i tanti, ricordo gli oggetti della storia del design bruciati da Maarten Baas. Non si può certo dire che, dopo una totale e distruttiva combustione, la bellezza delle forme e la pregevolezza delle superfici originali si siano conservate. Ma c’è ancora, innegabilmente, un valore estetico. Mutato, sì, ma indiscutibile.
Perciò, pur rimanendo due realtà ancora separate, perché contrassegnate comunque da prerogative, spinte e motivazioni differenti, l’arte e il design continuano ad avvicinarsi per modalità e scopi sempre più simili.

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COS’È DESIGN?

Il design non è. Il design sono.

Non c’è un design, non c’è nemmeno il design. Ci sono oggetti, ci sono atteggiamenti, ci sono metodi di disegno, metodi di pensiero; ci sono progettisti, ci sono architetti, ci sono artisti, c’è gente comune che per caso o per necessità o per professione… disegna. E dà forma ad un’idea. Un gesto. Un’abitudine. Una linea.

Ma in questo caos, in questo dire tutto e il contrario di tutto, c’è da fare, noi crediamo, una fondamentale distinzione. La prima variabile di questa complessa realtà consiste – come suggerisce Patrizia Mello -nel “Distinguere il mondo della messa in forma delle idee (il design va pensato) da quello della semplice elaborazione formale (il design va di moda), caso quest’ultimo dell’ampia fascia di oggetti ben disegnati che affollano le riviste e che tuttavia mancano di implicazioni significative quali il grado di innovazione introdotto, la comunicazione stabilita con gli utenti, il tipo di criticità e di consapevolezza innescato rispetto ai contesti di vita”.

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I perché delle cose…

Interrogarsi sulle motivazioni che hanno spinto gli uomini a scrivere la storia così come noi la conosciamo, in fondo non significa altro che inseguire le spiegazioni con cui possiamo tentare di far luce sulla realtà che stiamo vivendo.

Banalmente: capire la causa per decifrare gli effetti.

La storia del design è solo un punto di vista tra gli altri, per cominciare ad analizzare la società. Studiarla significa cercare di capire le esigenze di un popolo attraverso gli oggetti di cui fa uso. L’archeologia, ad esempio, è probabilmente il primo caso di studio antropologico che basi le conoscenze del comportamento umano sull’analisi dei manufatti, prima che le parole arrivassero a spiegare ciò che i gesti già implicavano. Studiare la storia del design significa immaginare i bisogni di un individuo interpretando la funzione dei beni materiali che lo accompagnano nella sua vita. Significa indovinarne i desideri, le paure, le debolezze, le necessità, persino i sogni, solo osservando le forme, i colori, le dimensioni e i materiali che riempiono la sua giornata, la sua casa, la sua città.

Dopo anni di studio su un passato lontano e vicino, ci piace ancora l’idea di interrogarci sulle motivazioni che spingono l’uomo oggi a preferire certe forme e certi colori, certi oggetti e certi materiali. Ci piace l’idea di poter trovare una spiegazione alle sue scelte, ai suoi bisogni, alle sue certezze, studiando la nostra società a partire dal design contemporaneo. Ma invece di analizzare gli oggetti del mondo così come siamo abituati a vederli, senza mai – o quasi mai – osservarli veramente, abbiamo scelto di interrogarci sulle motivazioni che spingono il creativo del progetto a crearli, prima ancora che un utente a desiderarli. Il progettista, il designer, l’ingegnere o l’architetto a cui nessuno di solito pensa; l’uomo che sta dietro agli oggetti creati per gli uomini, che però é il diretto responsabile del buono e del cattivo progetto, del bello e del brutto oggetto. Ma soprattutto, dovuto alla sua competenza e conoscenza in più campi, é responsabile del destino di questa società.

Abbiamo scelto, in qualità di appassionati e “studiosi” di design, di interrogarci sul design stesso e chiederci, innanzitutto, cosa sia un designer oggi, perché lo si possa definire tale, che genere di oggetti stia progettando, e che motivi lo muovano a crearne certi e non altri.

In sostanza: perché fare design, oggi, e…cos’è realmente il design?

Qualche risposta? ;)

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