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Copia, plagio e intenzionalità

Recentemente ho ripreso ad interessarmi della questione del plagio,facendo interessare qualcuno alla questione di IKEA che, tra l’altro, avevo già affrontato anche su queste pagine tempo fa. L’iter è stato piuttosto interessante: dal gruppo “I hate to love IKEA” (del quale sono fondatore) ho inviato il link alla pagina del mio progetto E-kit 2.0 (IKEA fakes) nella quale mostro 12 oggetti di arredo più o meno palesemente ispirati a oggetti di Design – cosiddetto – “alto”. Da questo input iniziale è conseguita una pubblicazione su Leganerd e un aumento di visite esponenziale alla pagina suddetta (dalle neanche 10 quotidiane a quasi 500 in poche ore).

L’argomento è sempre di notevole interesse e attualità, visto che non riguarda per forza il design ma, piuttosto, qualsiasi campo della creatività e della produzione culturale. Siamo in piena fase di cambiamento: concetti come Open Source e Copyleft sono finalmente entrati nel linguaggio comune e, di conseguenza, stanno modificando la mentalità delle persone, seppur lentamente. Moltissimo è già stato scritto sulla violazione dei diritti d’autore, sul copyright e sulle nuove forme mentali e legali da queste sviluppatesi, per cui occuperò questo post prevalentemente con citazioni che ritengo di particolare interesse.

Copia. “Copia illegale”, “Copia non autorizzata”, “Copia d’autore”. Ma da dove nasce l’odio per le copie? E, soprattutto, chi viene particolarmente infastidito dalla produzione/diffusione non autorizzata? Soprattutto le aziende ovviamente. Ma anche artisti in vari ambiti come pittori, fotografi, illustratori, designer, stilisti e altri ancora. Ma concentriamoci sugli sviluppi tecnologici che sono più alla portata di tutti:

  1. La pirateria informatica in Italia costa ogni anno al settore qualcosa come 1,2 miliardi di euro mentre su scala planetaria addirittura 51 miliardi di dollari, pari ad una grande manovra finanziaria. Lo studio condotto da IDC ha rilevato in 110 paesi una crescente quota di software pirata, ovvero copiato o distribuito illegalmente soprattutto nei PC, con un valore cresciuto in un solo anno del 2% arrivando a quota 49%, praticamente 1 programma su 2 è utilizzato illegalmente. Le percentuali sono simili anche a livello mondiale, dove si stima che il software pirata rappresenti il 43% (+2% rispetto allo scorso anno), soprattutto nelle economie emergenti come Cina e India e comunque in linea con i paesi Occidentali. (17.05.10 – fonte)
  2. […] Chi sono i Paesi pirati? In Europa la media è molto bassa, intorno al 34% (meno di noi solo il Nord America, con un tasso di pirateria del 21%). Gli italiani sono nel gruppo capofila dell’illegalità, insieme a islandesi (49%), ciprioti (48%) e maltesi (45%). I più smanettoni restano i greci, con tassi intorno al 58%. Neanche a dirlo, per vedere esempi di virtù basta passare oltreconfine: Svizzera (25%), Lussemburgo (21%) e, più in su, Svezia e Austria (25%).
    Fatti due calcoli, secondo Bsa il valore commerciale del software illegale nel 2009 ha raggiunto i 51,4 miliardi di dollari. In pratica ad ogni 100 euro investiti in software legale ne corrispondono altri 75 in software illegale. E ovviamente, a risentirne non è solo il settore IT, ma anche la distribuzione, l’assistenza e i servizi. […] (12.05.10 – Wired)
  3. Uso di software privi di licenza da parte di professionisti. Continua a leggere
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Il caso Freitag

(CC) Relaxdesign - 2009 Licenza Creative Commons 2.0.

Non c’è molto da dire sull’azienda Freitag per chi già la conosce. Per chi non la conosce ecco un breve riepilogo:

Con sede a Zurigo, Freitag produce e vende in tutto il mondo borse ricavate dai teloni usati di autocarri, dalle cinture di sicurezza usate delle automobili e dalle camere d’aria usate delle biciclette, fin dal 1993.

I teloni vengono tagliati in fase di lavorazione, in modo che le stampe o il logo dell’azienda non siano più riconoscibili. Freitag assicura: i teloni non vengono utilizzati per altri scopi o rivenduti a terzi. Freitag usa sostanzialemente solo teloni usati di autocarri destinati all’allestimento di veicoli industriali, con un tessuto di fondo estremamente robusto e un rivestimento in PVC di almeno 600 g/m2). (freitag.ch)

In breve, Freitag è uno di quei casi che esemplificano come sia possibile per un accessorio o un capo d’abbigliamento superare le barriere del tempo e, quindi, della moda passeggera: il marchio Freitag è diventato un must, un simbolo “buono” perchè unisce la mentalità del riciclaggio creativo (ecosostenibilità) con quella della moda personalizzata (radical chic) e dell’oggetto unico (emotive design). Ecco perchè tutte le borse (e gli accessori) sono così maledettamente care.

Ecologia. Tuttavia la politica ecologistica iniziale non è mai scomparsa e, tuttora, i concetti di recupero e di riciclaggio sono fondamentali per Daniel e Markus Freitag, i due fratelli fondatori del marchio svizzero. Ancora oggi i prodotti Freitag vengono creati, tagliati a mano e confezionati a Zurigo nella stessa fabbrica di fianco alla statale; solo la fabbrica si è ingrandita un poco. Tutti i prodotti sono ancora unici, fabbricati con originali teloni di camion usati, camere d’aria di bicicletta, cinture di sicurezza di automobili e, new entry, airbag usati.

Filosofia e marketing. Per diventare un must è necessario saper infondere ai propri seguaci/consumatori anche un certo fascino ammaliatore. É la stessa strategia applicata a Cupertino da Apple, no? Del tipo “Non ti vendiamo un semplice oggetto, bensì una nuova mentalità, un nuovo modo di vivere”. Una filosofia, insomma, in cui potersi ritrovare comodamente, riconoscersi o semplicemente condividere. Il reparto marketing di Freitag ha saputo muoversi molto bene anche in questo campo, promuovendo eventi e collaborazioni in tutto il mondo e invogliando i potenziali clienti con semplici operazioni psicologiche, ovvero il “fai-da-te”: F-Cut. Il cliente può decidere di acquistare la propria borsa in due modi: Continua a leggere

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Animal house

Non so voi ma io provo un po’ di fastidio per quel design (o tentativo di) decorativo, o meglio, per l’iper-decorativismo così tanto usato su molti oggetti del design contemporaneo. Sarà perchè ne ho abbastanza dei “ricci barocchi” che hanno infestato per 3-4 anni i flyer delle discoteche più “in” della riviera romagnola e che derivano più semplicemente dalla “grafica MTV” che ha veramente spopolato in Italia, creando trend sempre nuovi e regalandoci nuovi stralci di cultura neo-popolare con cui misurare le caratteristiche estetiche e psicologiche della nuove generazioni. Grazie tante MTV.
Attila by Philippe Starck

Attila by Philippe Starck

Tornando ai “ricci barocchi“…sebbene non siano più tanto di moda è possibile notarli ogni tanto alle fiere su qualche carta da parati vintage (solitamente usata per contrasto ad un arredamento un po’ troppo minimal, magari bianco e nero), qualche tappezzeria per imbottiti rètro stile “impero”…e in buona parte della linea di Moooi del furbo Marcel Wanders, almeno delle ultime tre edizioni. Non che non apprezzi gli oggetti di Moooi e la sua poetica chic e teatrale, ma se mi avessero bombardato meno di “ricci” li apprezzerei molto più spensieratamente.

Un’altra cosa che non sono ancora in grado di recepire con la giusta dose di ironia (ma è sempre colpa mia, lo so) sono i prodotti di design didascalico (e spesso manierista). Un ‘esempio? Gli sgabelli Napoléon e Attila di Starck prodotti nel 2000 da Kartell (il nano da giardino per capirci) oppure Horse-lamp, Rabbit-lamp e Pig-table…ahimè, sempre della linea Moooi. Sarà perchè mi fanno venire in mente le forme fitomorfiche dell’Art Nouveau, ovvero l’interpretazione scultorea e architettonica della natura, che – per carità – adoro moltissimo sebbene ne vada riconosciuta una certa obsolescenza…come è giusto che sia. Che ne dite?

E’ in questi casi che mi trovo d’accordo con Karim Rashid e il suo ribrezzo per l’antico…il design non dev’essere copia del passato – sebbene in chiave ironica – altrimenti è giusto accantonarlo e chiamarlo “stilismo” (styling).

Animal Tales. Ecco perchè mi sembra opportuno citare il lavoro del gruppo di giovani designer tedeschi che si chiamano DING3000. Segnalati con la menzione speciale al Salone Satellite di MIiano 2008 grazie al progetto Animal Tales, che comprende una linea di mobili, accessori e luci ispirati al mondo animale il trio reinterpreta  l’argomento in modo anch’esso ironico e teatrale, ma tuttavia molto diverso dagli ingombranti animaloni in plastica nera.

La serie offre un ottimo esempio di com’è possibile non essere scontati (dando le esatte fattezze del nano, del maiale o del cavallo agli oggetti) pur stimolando la fantasia di chi osserva gli oggetti. La lampada Jirafa e il tavolino Muli (immagine qui sopra) sono la concretizzazione dei voli di fantasia di tutti quei bambini che – come  accadeva a me – vedono figure , personaggi e storie sempre nuove negli oggetti inanimati del salotto o per strada.
Già. Immagino già chi azzarda che Moooi fa un tipo di design diverso, dedicato a un target diverso, che apprezza cose diverse…e che magari anche nel maiale di plastica col ripiano rotondo conficcato in testa (grande 1/15 dell’intero animale) sia possibile trovare la stessa poesia…
Giá. Io peró non ci riesco. E se per caso fosse un gesto ironico, beh con tutta quella plastica, non c’é niente da ridere.
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Studio Re-Creation: la poesia della ri-creazione

Ho conosciuto la coppia Nikola e Jennifer Kanary Nikolov quest’anno visitando l’esposizione allestita dagli olandesi di Tuttobene in via Savona. Diciamo che sono io che li ho cercati dopo essere stato attratto da una sedia esposta all’ingresso, completamente rivestita di frammenti di porcellana tenuta ferma da filo di ferro. Mi sono chiesto subito chi avesse potuto realizzare un oggetto simile, che mi ricordava cosí tanto gli oggetti che vedevo fare in uno studiolo d’arte a Berlino, nella zona di Kreutzberg.

Seduta Favela design by Fernando e Humberto Campana (2003 ™Edra)

Seduta "Favela" design by Fernando e Humberto Campana (2003 ™Edra)

Passeggiando per gli spazi enormi del garage Lotus non ho potuto fare a meno di notare un altro oggetto incredibile: un enorme boxer (il cane) realizzato con centinaia, forse migliaia, di pezzetti di legno…che a prima vista puó sembrare un misto tra gli animali di Damien Hirst, le sculture realizzate coi pneumatici usati e la famosa seduta “Favela” dei fratelli Campana.

Ho subito evidenziato il mio entusiasmo e mi sono fatto spiegare da Nikola alcune cose dei suoi lavori:

“Studio-Re-Creation aims to preserve and re-shape your personal belongings and memories towards your design of desire. […] Your materials and memories need not be thrown away or hidden any longer! Studio-Re-Creation does more then re-cycle or re-use materials, it helps to preserve belongings and memories that would otherwise be neglected or thrown away. This unique environmental friendly concept is offered to private people as well as companies.”

“Studio Re-Creation mira a preservare e dare nuova forma ai tuoi vecchi averi e alla tua vecchia memorabilia in chiave di design (oggetti). […] I tuoi vecchi oggetti non dovranno piú essere buttati via o nascosti. Facciamo di piú che riciclare o riusare materiale, piuttosto aiutiamo a conservare oggetti e memorie che sarebbero altresí dimenticati. Questo unico concetto ambientale lo offriamo sia ai singoli privati che alle aziende.”

The Chair (2002)

Nikola é bulgaro, ha studiato arte e si é specializzato nella scultura col metallo. Dopo un breve apprendistato in Francia presso il prestigioso studio di Paco Rabanne, ha continuato a studiare a Maastricht. Costretto a lavorare come lavapiatti, come tanti suoi colleghi, durante gli studi inizia a conservare i cocci dei piatti rotti e a riassemblarli insieme ricavandone nuove forme artistiche. Questi nuovi oggetti simbolizzano, secondo lui, il risultato di fusione tra memoria perduta e nuovo valoreacquisito da una nuova cultura, quella artistica. Con questa filosofia ha deciso di fondare il suo studio, in Olanda: Studio Re-Creation.

Artista? Designer? Visto l’interesse suscitato e visto il buon feeling nato da subito, ho chiesto a Nikola se avesse voglia di rispondere a qualche mia domanda. Ha accettato molto volentieri e potete ora leggere l’intervista a Nikola Nikolov di Studio Re-Creation nella sezione “Interviste” in alto e cliccando sull’apposito link. Gli ho anche fatto una domanda sull’arte e sul design, vista la sua – apparentemente – ambigua posizione in un’esposizione dichiaratamente di solo design.

Vi consiglio vivamente di visitare il suo sito ufficiale e di tenere d’occhio questo artista, che sta guadagnando sempre piú attenzioni dal pubblico e dalla stampa olandesi e italiane. Nikola porterá le sue opere alla prossima fiera “fair: design and craft” ed é stato selezionato per partecipare alla mostra VIA Milano, organizzata sempre dagli olandesi, che – per quanto riguarda organizzazione di eventi, investimenti sul design e promozione – si stanno rivelando i piú attivi in Europa e, probabilmente, nel mondo.

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ARTE o DESIGN?

Se la funzione del design, oggi, non è più (solo) quella legata al lato ingegneristico di un mobile… se il dovere di un lampada non è più (solo) quello di fare luce… se il design oggi, non solo risolve problemi tecnici, ma pone delle domande, invita alla riflessione, stimola pensieri… non starà sfociando nel campo della sua imponente vicina di casa, non staremo parlando di arte?

Perché il segno distintivo dell’arte, soprattutto quella contemporanea, è proprio questo: porre quesiti, mostrare paradossi, spronare le menti, alimentare la curiosità. Allora dov’è la differenza? Tanto più che in questo momento storico il bello non è più un valore di rilievo. Così come hanno perso di significato le espressioni “mi piace – non mi piace”, che ormai non sono più un metro di valutazione. Non, almeno, in un’epoca concettuale in cui non è l’opera in sé, uscita dalle mani di un artista, ad avere valore, ma le motivazioni che l’hanno spinto a crearla.

Perché le belle arti non si preoccupano più (solo) delle belle forme, dei bei colori, delle belle simmetrie. E il design, nato come una forma di arte applicata, non si interessa più (solo) di piacevolezza, di comodità, di superfici soffici e angoli smussati.

Tanto per citare uno tra i tanti, ricordo gli oggetti della storia del design bruciati da Maarten Baas. Non si può certo dire che, dopo una totale e distruttiva combustione, la bellezza delle forme e la pregevolezza delle superfici originali si siano conservate. Ma c’è ancora, innegabilmente, un valore estetico. Mutato, sì, ma indiscutibile.
Perciò, pur rimanendo due realtà ancora separate, perché contrassegnate comunque da prerogative, spinte e motivazioni differenti, l’arte e il design continuano ad avvicinarsi per modalità e scopi sempre più simili.

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