Intervista a Odoardo Fioravanti

Odoardo Fioravanti. Se non lo conoscete la prima informazione da sapere é “un nome molto importante nel panorama del Design Italiano contemporaneo”. Che poi abbia 35 anni e moltissima esperienza, premi e soddisfazioni alle spalle viene di conseguenza. Se volete dare un’occhiata al suo invidiabile curriculum potete dare un’occhiata al suo sito ufficiale. Noi ciò che più ammiriamo del suo approccio al design é l’entusiasmo, la passione e la grande curiositá, ovvero le qualitá che piú apprezziamo in ogni grande designer. Ci ha concesso l’onore di dedicarci un po’ del suo tempo e rispondere alle nostre domande, e crediamo l’abbia fatto con altrettanto impegno. E noi non possiamo che andarne fieri…e ringraziarlo :) (Novembre 2009)

DB (La Crí): Storicamente il design italiano è nato come progettazione seriale di oggetti con un preciso scopo d’uso: prodotti pratici, pensati per soddisfare le necessità di un’Italia all’alba della propria industrializzazione. Pensi che la realtà del design contemporaneo sia ancora questa?

Odoardo: Il design è una disciplina mutante per definizione e non può non rispondere alle esigenze della contemporaneità, tentando di mediare tra le necessità del mondo produttivo e commerciale e i bisogni reali della gente. Nel secondo dopoguerra le necessità delle persone erano più semplici e legate a una sussistenza fatta di cose pratiche e poco costose, ma oggi la sussistenza nella stragrande maggioranza dei casi non è più un tema. Per questo il design di massa oggi afferisce temi più “leggeri” e meno legati alle necessità strette dell’uomo. È come se il design fosse partito dalle cose strettamente necessarie per passare alle cose più superflue, in una specie di opera di evangelizzazione progettuale incrementale. Per questo, certe volte, tornare a disegnare battipanni serve  ricordarci cosa stavamo facendo…

DB (La Crí): Il design italiano è sempre stato una realtà ben definita e riconoscibile. Credi che oggi se ne possa ancora parlare in questi termini? E se sì, tu te ne senti parte?

Odoardo: Di sicuro è esistito un periodo in cui il design era differente di paese in paese, ma oggi credo che le differenze stiano sfumando pian piano. La comunicazione molto più veloce tra paesi diversi fa sì che tutti i designer condividano stimoli simili, prospettive comuni. Insomma si passa dai campionati del mondo con rappresentative nazionali a qualcosa di più simile a un campionato di club in cui un designer si riconosce con un modo di progettare, con un gruppo di progettisti. Io mi riferisco a dei progettisti che mi piacciono, senza pensare tanto alla nazionalità. Mi piace il lavoro di Ole Jensen, Stefan Diez, Todd Bracher, Barber e Osgerby, etc.

DB (Alex): Citando Bruce Sterling, un capitolo del suo libro (“La forma del futuro”) si intitola “Produttori d’immondizia” e parla del fatto che l’uomo inquina da prima ancora di divenire umano poiché, per dar forma alle cose, si producono inevitabilmente scarti di materiale; l’uomo ha sempre fallito nel tentativo di gestire i rifiuti che, con gli anni, sono aumentati fino a diventare quasi l’unica eredità che lasceremo ai posteri. In questo scenario umanamente inevitabile, come giustifica la sua professione il designer, progettista di oggetti – certo – ma non solo?

Odoardo: Penso fermamente che il designer abbia strumenti molto limitati per operare il cambiamento. Faccio un esempio: da anni nel design vediamo nascere progetti di lampade pensate per usare fonti luminose a risparmio energetico, ma questo non ha mai indotto un cambiamento. Nessuna di queste lampade è mai diventata mainstream. È bastata una sola legge della comunità europea a far cambiare idea a tutti sulle fonti luminose: da settembre 2009 le lampadine a incandescenza sono fuorilegge. Questo porterà a un cambiamento radicale che i designer non sarebbero mai riusciti a provocare e questa legge nasce dalle contingenze economiche e per via dei problemi di approvvigionamento di energia di tutta Europa e non perché i designer l’hanno richiesta. Come a dire che, per quanto ci si sforzi di fare qualcosa, la potenza del sistema economico e di quello politico non hanno niente a che vedere col design. Io sono sereno e penso che tutto alla fine prenderà la forma giusta. Basta saper aspettare.

DB (La Crí): Dove collochi il tuo lavoro e che posto occupano i tuoi progetti nell’attuale “mercificazione del quotidiano”?

Odoardo: Il vero industrial designer progetta merci, cioè prodotti fatti per essere scambiati, acquistati, desiderati. Se i prodotti non si scambiano, cioè non si vendono, il design rimane un fare assolutamente autoerotico. Il problema della mercificazione riguarda solo quelle merci che imbrogliano gli utenti con messaggi scorretti, massificati, ingiusti o settari inducendoli a spendere compulsivamente, in modo irragionevole. Io cerco di progettare merci oneste e cerco di motivare questo gesto nascondendo tra le pieghe degli oggetti un po’ di intelligenza, di bellezza, una performance in più. Lo faccio con amore e con passione e cerco di dare un senso profondo al mio lavoro. Cerco di dare un’anima agli oggetti così da rendere la loro vita più lieve. Mi piace pensare che i miei prodotti possano essere ottimi compagni di vita.

DB (Alex): Si narra che Raymond Loewy, presuntuosamente autoproclamatosi “padre del Design Industriale”, sia stato anche colui che ha introdotto un certo glamour attorno al design per renderlo accettabile e meglio vendibile. Non a caso l’eleganza, la raffinatezza e la scelta dei materiali – al pari dell’alta moda – distinguono tutt’ora il design della grandi aziende. Nella logica de “una buona idea è una piccola parte di un buon progetto e metà di esso consiste nel saperlo vendere” dove vale veramente la pena concentrarsi maggiormente secondo te? Credi, inoltre, che sia più facile per uno studio associati o per un freelance solitario sopravvivere nel mercato?

Odoardo: Se facessi questa domanda a cento designer scopriresti che fanno cento mestieri diversi. Nel passato la maggior parte del workflow di un progetto si consumava in azienda, ma quelli erano tempi in cui le aziende avevano il know-how e una cultura solida, una storia forte. Oggi la maggior parte di quelle che chiamiamo aziende di design sono degli editori, capaci di investire su un progetto e di distribuirlo nella maniera più giusta. Tutto il resto delle cose che ci sono da fare succede che le facciano i designer. Nel mio caso si va dall’individuazione di mercati interessanti, alla ideazione di prodotti, all’ingegnerizzazione di questi e alla progettazione della loro comunicazione. Come a dire che finisco per offrire alle aziende un ampio carnet di consulenza, così da rendere la mia offerta più interessante e aumentare drasticamente la qualità del lavoro complessivo. Penso che non cambi molto tra fare progettazione in gruppo o da soli: alla fine anche i designer solisti hanno dei gruppi di lavoro. Mentre penso che i gruppi di progettisti lavorino bene insieme solo quando c’è una divisione del lavoro corretta e senza sovrapposizioni. Che io possa ricordare, infatti, non ho mai visto pollai con tre galli dentro…

DB (Alex): Come ultima domanda vorrei andare sul personale… cioé, vorrei parlarti di un mio problema! ;-) Conservo praticamente tutto quello che trovo e ho l’abitudine di accumularlo e archiviarlo in maniera maniacale: dai ritagli di giornale alla pubblicità, dal packaging dei prodotti di largo consumo ai tappi da vino in gomma. Tuttavia non mi considero un collezionista bensì un bibliotecario delle mie curiosità. Fai finta di essere il mio psicanalista: faccio bene? Sono malato? Cosa mi consigli?

Odoardo: Non saprei: sono anche io un collezionista. Casa mia, il mio studio sono pieni di cose strane, perlopiù inutili o non utilizzate. Le tengo per un colore, una forma, un modo di funzionare che mi interessano. Sono prodotti industriali, cose prese su una spiaggia o oggetti della mia infanzia. Se hai una malattia sappi che ce l’ho anche io e so che ce l’hanno e ce l’hanno avuta tanti designer. Due su tutti: Charles Eames e Bruno Munari. Sono morti senza guarire, ma hanno vissuto delle vite fantastiche. Forse è meglio non guarire, no?

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