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Animal house

Non so voi ma io provo un po’ di fastidio per quel design (o tentativo di) decorativo, o meglio, per l’iper-decorativismo così tanto usato su molti oggetti del design contemporaneo. Sarà perchè ne ho abbastanza dei “ricci barocchi” che hanno infestato per 3-4 anni i flyer delle discoteche più “in” della riviera romagnola e che derivano più semplicemente dalla “grafica MTV” che ha veramente spopolato in Italia, creando trend sempre nuovi e regalandoci nuovi stralci di cultura neo-popolare con cui misurare le caratteristiche estetiche e psicologiche della nuove generazioni. Grazie tante MTV.
Attila by Philippe Starck

Attila by Philippe Starck

Tornando ai “ricci barocchi“…sebbene non siano più tanto di moda è possibile notarli ogni tanto alle fiere su qualche carta da parati vintage (solitamente usata per contrasto ad un arredamento un po’ troppo minimal, magari bianco e nero), qualche tappezzeria per imbottiti rètro stile “impero”…e in buona parte della linea di Moooi del furbo Marcel Wanders, almeno delle ultime tre edizioni. Non che non apprezzi gli oggetti di Moooi e la sua poetica chic e teatrale, ma se mi avessero bombardato meno di “ricci” li apprezzerei molto più spensieratamente.

Un’altra cosa che non sono ancora in grado di recepire con la giusta dose di ironia (ma è sempre colpa mia, lo so) sono i prodotti di design didascalico (e spesso manierista). Un ‘esempio? Gli sgabelli Napoléon e Attila di Starck prodotti nel 2000 da Kartell (il nano da giardino per capirci) oppure Horse-lamp, Rabbit-lamp e Pig-table…ahimè, sempre della linea Moooi. Sarà perchè mi fanno venire in mente le forme fitomorfiche dell’Art Nouveau, ovvero l’interpretazione scultorea e architettonica della natura, che – per carità – adoro moltissimo sebbene ne vada riconosciuta una certa obsolescenza…come è giusto che sia. Che ne dite?

E’ in questi casi che mi trovo d’accordo con Karim Rashid e il suo ribrezzo per l’antico…il design non dev’essere copia del passato – sebbene in chiave ironica – altrimenti è giusto accantonarlo e chiamarlo “stilismo” (styling).

Animal Tales. Ecco perchè mi sembra opportuno citare il lavoro del gruppo di giovani designer tedeschi che si chiamano DING3000. Segnalati con la menzione speciale al Salone Satellite di MIiano 2008 grazie al progetto Animal Tales, che comprende una linea di mobili, accessori e luci ispirati al mondo animale il trio reinterpreta  l’argomento in modo anch’esso ironico e teatrale, ma tuttavia molto diverso dagli ingombranti animaloni in plastica nera.

La serie offre un ottimo esempio di com’è possibile non essere scontati (dando le esatte fattezze del nano, del maiale o del cavallo agli oggetti) pur stimolando la fantasia di chi osserva gli oggetti. La lampada Jirafa e il tavolino Muli (immagine qui sopra) sono la concretizzazione dei voli di fantasia di tutti quei bambini che – come  accadeva a me – vedono figure , personaggi e storie sempre nuove negli oggetti inanimati del salotto o per strada.
Già. Immagino già chi azzarda che Moooi fa un tipo di design diverso, dedicato a un target diverso, che apprezza cose diverse…e che magari anche nel maiale di plastica col ripiano rotondo conficcato in testa (grande 1/15 dell’intero animale) sia possibile trovare la stessa poesia…
Giá. Io peró non ci riesco. E se per caso fosse un gesto ironico, beh con tutta quella plastica, non c’é niente da ridere.
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Salone del Mobile Milano 2007

Some pics of the Salone del Mobile in Milan, year 2007. Just to see some differences among design from New Zealand, Turkey, France and…Marcel Wanders!

;)

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Karimanifesto: il Karim Rashid pensiero

Karim Rashid entra a pieno titolo nella top 5 dei designer piú chiacchierati del mondo insieme a Filippo il Forte (Philippe Starck), Ron Arad, Marcel Wanders e Zaha Hadid. É quella che viene etichettata una “artistar” – come si legge sul Sole 24 Ore in un articolo di aprile 2009.

In breve. Karim Rashid nasce nel 1960 a Il Cairo. Da giovane si trasferisce in Canada, dove nel 1982 si diploma in Industrial Design alla Carleton University di Ottawa. Prosegue gli studi di design in Italia, a Napoli con Ettore Sottsass e a Milano presso lo studio di Industrial Design di Rodolfo Bonetto. Rientrato a Toronto collabora con la KAN Industrial Designers e, contemporaneamente, fonda lo Babel Inc. and North Studio (1985-91). Nel 1983 apre a New York un’attività in proprio che annovera decine tra le aziende piú prestigiose. […] Per dieci anni docente di Design Industriale presso la University of Arts di Philadelphia, ha insegnato al Pratt Institute di New York, alla Scuola di Design nel Rhode Island e all’Ontario College of Art. Intensa anche la sua attività di giornalista su periodici di design. Ha scritto un libro nel 2001 (“I want to change the world” ed. Rizzoli) e i suoi oggetti di design sono esposti nei musei d’arte contemporanea piú importanti del mondo. (fonte: archimagazine)

Architetto, designer, imprenditore, giornalista, docente.

Premessa. Innanzitutto una domanda: vi piace il design di Karim Rashid?

A molti piace, a qualcuno no. Io sono parte dei “qualcuno”. Tuttavia non posso che esprimere molta ammirazione per la sua figura professionale e per il modo in cui Karim ha saputo vendere al mondo le proprie utopie, i propri sogni e le visioni. D’altronde da un discepolo di Ettore Sottsass non ci si poteva aspettare altro.

Ecco perché, a prescindere se vi piacciano o meno i design di Rashid, dovreste leggere quanto segue: ho composto un mix di risposte provenienti da alcune interviste rilasciate negli ultimi due anni (in cui il nostro si é ripetuto abbastanza) che – opportunamente filtrate – rivelano un personaggio molto diverso dalla “design star” al quale spesso vengono addebitate volentieri le disgrazie del mondo, vuoi per l’uso sfacciato di chili e chili di plastica e gomma, vuoi per la predilezione di colori fluorescenti (che personalmente trovo irritanti) come il rosa shocking, il giallo e via dicendo. E, sí lo sappiamo, l’header di questo blog é rosa shocking…e allora?

Il rosa. Karim dice di usare il rosa da 25 anni nei suoi lavori ed é fiero di averlo “liberato” dalla vecchia concezione un po’ bigotta che lo relegava tra i colori esclusivamente femminili. Il rosa é un colore molto positivo e passionale, che fa sentire vivi, fa sorridere e comunica calore. In realtá adora tutti i colori e confessa “For me, color for the eye is like food for the tongue”. Tutt’oggi denuncia lo squallore delle metropoli che, col loro grigiore sono deprimenti. Anche l’architettura dovrebbe essere piú colorata. Continua a leggere

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