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I perché delle cose…

Interrogarsi sulle motivazioni che hanno spinto gli uomini a scrivere la storia così come noi la conosciamo, in fondo non significa altro che inseguire le spiegazioni con cui possiamo tentare di far luce sulla realtà che stiamo vivendo.

Banalmente: capire la causa per decifrare gli effetti.

La storia del design è solo un punto di vista tra gli altri, per cominciare ad analizzare la società. Studiarla significa cercare di capire le esigenze di un popolo attraverso gli oggetti di cui fa uso. L’archeologia, ad esempio, è probabilmente il primo caso di studio antropologico che basi le conoscenze del comportamento umano sull’analisi dei manufatti, prima che le parole arrivassero a spiegare ciò che i gesti già implicavano. Studiare la storia del design significa immaginare i bisogni di un individuo interpretando la funzione dei beni materiali che lo accompagnano nella sua vita. Significa indovinarne i desideri, le paure, le debolezze, le necessità, persino i sogni, solo osservando le forme, i colori, le dimensioni e i materiali che riempiono la sua giornata, la sua casa, la sua città.

Dopo anni di studio su un passato lontano e vicino, ci piace ancora l’idea di interrogarci sulle motivazioni che spingono l’uomo oggi a preferire certe forme e certi colori, certi oggetti e certi materiali. Ci piace l’idea di poter trovare una spiegazione alle sue scelte, ai suoi bisogni, alle sue certezze, studiando la nostra società a partire dal design contemporaneo. Ma invece di analizzare gli oggetti del mondo così come siamo abituati a vederli, senza mai – o quasi mai – osservarli veramente, abbiamo scelto di interrogarci sulle motivazioni che spingono il creativo del progetto a crearli, prima ancora che un utente a desiderarli. Il progettista, il designer, l’ingegnere o l’architetto a cui nessuno di solito pensa; l’uomo che sta dietro agli oggetti creati per gli uomini, che però é il diretto responsabile del buono e del cattivo progetto, del bello e del brutto oggetto. Ma soprattutto, dovuto alla sua competenza e conoscenza in più campi, é responsabile del destino di questa società.

Abbiamo scelto, in qualità di appassionati e “studiosi” di design, di interrogarci sul design stesso e chiederci, innanzitutto, cosa sia un designer oggi, perché lo si possa definire tale, che genere di oggetti stia progettando, e che motivi lo muovano a crearne certi e non altri.

In sostanza: perché fare design, oggi, e…cos’è realmente il design?

Qualche risposta? ;)

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Archiviato in Intervento personale

Perché fare design?

Questa personale analisi critica sul design parte da una domanda. Che è la diretta conseguenza del quesito che il designer italiano Paolo Ulian ha posto agli  studenti dell’ISIA di Faenza durante il seminario “Sensibile – Il design come creazione di senso” del 2007. La domanda era la seguente:

“Credete che sia giusto il mestiere che fate?”

Ed io personalmente aggiungo: pensiamo che sia utile, il mestiere che facciamo (o meglio: faremo)?
Se lo chiedessimo a Philippe Starck probabilmente ci risponderebbe di no. Racconterebbe di essere un designer di regali di Natale. Direbbe che il design è inutile, che il suo lavoro è inutile, e ch’egli si sente un impostore. In un certo senso è un discorso non privo di ragione. C’è chi dice che il design storicamente sia nato per incrementare le vendite delle aziende. Del resto, come sosteneva Raymond Loewy, “La bruttezza si vende male” (Never Leave Well Enough Alone, 1951); parole che possono essere interpretate asserendo che il design dev’essere solo un’arma di marketing per i produttori, che così renderanno i loro prodotti più ammiccanti e più appetibili, aumentando i loro fatturati. Ed è innegabile che ci sia una corrente del design contemporaneo che disegni oggetti di lusso prodotti da grandi marchi e venduti a ricchi clienti. Il regno del superfluo, insomma, figlio di un consumismo sfrenato e padre di una commercializzazione della firma; parliamo di un design narcisistico che ama godere della propria immagine patinata, che ama luccicare di se stesso e della propria foto sulle prime pagine delle riviste di settore.
Parliamo ad esempio di quei creativi come può essere Karim Rashid, che ha presentato due anni fa, durante il Fuori Salone a Milano 2007, la “Cliquot Loveseat”, una doppia seduta romantica ottima per le coppie, elaborata in collaborazione con la casa produttrice di vini “Veuve Clicquot” e che infatti prevede un apposito cestello per lo champagne, proprio al centro della seduta. Superfici patinate, uso smodato di plastica, color rosa shocking a firma dell’autore; prezzo stimato: 10 mila dollari. Continua a leggere

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